IA e dintorni
Un nuovo spettro identitario scuote il Regno Unito: Danny Bones, il rapper che non esiste
Il collettivo "The Node Project" ha creato un musicista che racconta le inquietudini dell'Inghilterra profonda, avvolto nell'Union Jack e calzando anfibi. Mandando in cortocircuito chi del circuito vanta il dominio
+ Seguici su Google DiscoverL’intelligenza artificiale e le sue sfumature. Anche in questo campo la visione manichea della storia, nella quale siamo immersi, è arrivata a dirci cos’è il bene e cos’è il male. Basta guardare gli esisti, che su queste colonne vi abbiamo già raccontato, della produzione realizzata dal regista Darren Aronofsky dal titolo On this day… 1776. Un viaggio, a tappe, nelle giornate decisive per l’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Una serie prodotta verso la lunga corsa che porta, il prossimo 4 luglio, al 250esimo anniversario della secessione a stelle e strisce.
Le ultime frontiere dell’IA
Qui i protagonisti sono stati realizzati con l’IA – tranne le voci debitamente doppiate – Veo 3 di Google. La rete è impazzita tra commenti negativi, insulti e deprecazioni di vario genere. Tanto che gli spezzoni, lunghi circa tra i 3 e i 5 minuti, pubblicati sul canale YouTube del Time sono stati momentaneamente sospesi. Sarà forse per il loro impatto di stampo nazionale? Per la loro cifra identitaria? Per il loro racconto delle radici e di un passato che riattualizzato, come ci ha insegnato Giorgio Locchi, diventa mito eterno? All’etere l’ardua sentenza.
Il rap identitario entra nella campagna elettorale inglese, ma…
Succede, intanto, che nel Regno Unito l’ultima tornata elettorale è stata attraversata dal medesimo groviglio di dati e di algoritmi. Spieghiamoci meglio. L’esponente di Advance Uk (partito britannico, inaugurato lo scorso anno dall’uomo d’affari britannico, con origini pakistane, Ben Habib) Nick Buckley, autore del volume Anglophobia, avrebbe utilizzato i contenuti del rapper Danny Bones per spingere la sua campagna elettorale. Ma chi è Danny Bones? Parliamo di un musicista prodotto dell’IA, più precisamente il frutto dell’ingegno dei creatori digitali The Node Project.
Chi è Danny Bones?
Basta farsi un giro sui suoi profili social, più precisamente Instagram, per leggere la sua bio: «England till I die» (Inghilterra fino alla morte). Forte di, quasi, 12mila follower ha portato al pubblico della rete le sue metriche intrise di Union Jack. L’abbigliamento che lo contraddistingue, quello mostrato nei primi videoclip, ovvero polo Fred Perry, Dr. Martens, bretelle e cranio rasato hanno portato la stampa, anche quella a queste latitudini, a identificarlo come il nuovo Ian Stuart. Oppure Plan B, cantante che vide stroncata la sua carriera nel 2012 per aver indossato, durante un servizio fotografico, una maglietta con inciso il nome della band identitaria Skrewdriver.
Uno “spettro” con grande seguito
La sua This is England, che riporta alla memoria l’omonima pellicola del 2006 (film che racconta l’epopea degli skinhead degli anni ’80) o se volte il brano dei The Clash, in quattro mesi ha raccolto circa 200mila visualizzazioni. Il vestiario, l’immaginario e il parlato raccontano uno storytelling musicale che il mondo UK esporta da decenni, proprio a partire dalle metriche intrise del genere musicale Oi. Quel punk stradaiolo che ha invaso il vecchio continente a partire dalla fine degli anni ’70. E quindi, attraverso la tecnica della trap, l’evoluzione del suono conduce nella direzione dell’icona digitale Danny Bones. A questo frutto cibernetico è bastato radunare poche decine di migliaia di follower, qualche centinaio di migliaia di streaming per diventare l’uomo nero della rete. Perché il messaggio identitario anche quando è frutto dell’ingegneria, avvolta da stringhe di codici, diventa lo spettro della morale. Il fantasma che si aggira tra i netturbini, o meglio dire moralizzatori, del web.
Non una risposta, ma un interrogativo
Così è bastato un collettivo identitario per creare il panico mediatico. Raccontare la realtà delle strade, dei quartieri, dell’immigrazione e metterlo in musica, per di più usando come frontman un trapper figlio dell’IA, ha mandato in cortocircuito chi del circuito vanta il dominio. Allora Danny Bones è un’arma politica, non può essere frutto di un’espressione o di un sentimento. Non può essere una risposta, Danny Bones è solo un interrogativo. L’interrogativo di chi non riesce più a guardare negli occhi la realtà. Di chi la verità la deforma per crearsi un mondo a proprio appannaggio.
Il “caso West” nella patria della libertà di parola
Mentre scriviamo abbiamo assistito, proprio nel Regno Unito, alla cacciata del rapper, questa volta in carne e ossa, Kanye West – ora il nome d’arte è Ye – bandito dall’UK per le sue provocazioni in salsa nazista. Il mondo anglosassone foriero di visioni intrise dalla, presunta, libertà di parola si è trasformato nella gabbia di quest’ultima. Poco importa se Ye ha venduto 160 milioni di dischi, ha influenzato la musica delle ultime due decadi, ha mescolato migliaia di stili e ha influito, decisamente, sulle mode giovanili del nuovo millennio. Che importa se Adidas con le sue scarpe Yeezy, uno dei soprannomi di Kanye West, ha fatto camminare ogni angolo del globo. Se, per tornare in Italia con Vasco, «gli spari sopra sono per noi», le provocazioni sono solo per loro. Eppure, il magma identitario europeo è foriero di musica e parole da oggi anche con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
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