Lo scandalo
Napoli, sesso in cambio di permessi: sono 119 gli indagati tra immigrati e dipendenti pubblici
Sotto accusa un sistema radicato negli uffici pubblici del napoletano: documenti venduti tra denaro e ricatti sessuali
+ Seguici su Google DiscoverA Napoli tutto ha un prezzo, anche un permesso di soggiorno. E non sempre si paga in euro. Secondo la Procura, tra il 2021 e il 2022 negli uffici pubblici si sarebbe consolidato un sistema dove documenti anagrafici, carte d’identità e residenze venivano trattati come beni negoziabili. Tariffe chiare: dai 100 ai 500 euro. Oppure, in alcuni casi, prestazioni sessuali.
Il sistema e i suoi snodi
Gli indagati sono 119. Tra loro quattro ex dipendenti comunali, intermediari, beneficiari e un ex consigliere municipale. Le accuse parlano di associazione a delinquere finalizzata al falso, corruzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma più delle qualificazioni giuridiche colpisce la struttura.
Al centro, secondo gli inquirenti, un uomo di 53 anni originario del Bangladesh, residente alla Sanità. Gestiva un Caf minuscolo, descritto come un punto di raccolta delle richieste. Intercettava connazionali in cerca di documenti e trasformava le necessità in pratiche da “sbloccare”. Un intermediario stabile, con tariffario implicito e canali preferenziali.
Attorno a lui, due dipendenti comunali allora in servizio: uno a piazza Dante, l’altro a via Lieti. Avrebbero garantito accesso e velocità. In un contesto dove la lentezza amministrativa è la norma, la rapidità diventa un privilegio. E il privilegio, dunque, si paga.
Il salto di qualità
A piazza Dante, però, il sistema avrebbe compiuto un passo ulteriore. Non solo denaro. In quattro episodi, tra giugno e novembre 2021, la contropartita indicata dagli investigatori è fatta di «prestazioni sessuali». Compaiono nella ricostruzione, ma non come autonome contestazioni penali.
Il contesto che alimenta il mercato
Nell’elenco degli indagati compaiono soprattutto i destinatari delle pratiche: oltre cento cittadini extracomunitari, in prevalenza cingalesi, ma anche pakistani, romeni e cinesi. Persone che, sulla carta, avevano diritto ai documenti. Ma che, nei fatti, si sarebbero trovate davanti a un sistema opaco.
Alcuni indirizzi risultavano fittizi. Verifiche della Polizia locale hanno portato a scoprire abitazioni minuscole con decine di residenti registrati. In un caso, venti persone ufficialmente stipate in un basso, abitazioni al piano terra con ingresso diretto sulla strada del vicolo.
«L’iscrizione anagrafica nella città dove si vive è un diritto che non può essere sottoposto alla discrezionalità della pubblica amministrazione, che ha il dovere di procedere all’iscrizione e quindi indicare alle persone senza titolo formale, che sono quasi sempre i più poveri e vulnerabili, dei percorsi trasparenti e lineari per farlo. Se questo non avviene si alimentano tutti i mercati e i ricatti presenti e futuri», contestano i movimenti per il diritto alla casa.
La responsabilità diffusa
La tentazione è fermarsi agli arresti e agli avvisi di garanzia. Ma il quadro suggerisce altro. Un sistema clientelare che non nasce nel vuoto, ma si inserisce in una macchina amministrativa che fatica a garantire diritti basilari in modo lineare.
Quando l’accesso è complicato, qualcuno costruisce scorciatoie. Quando le scorciatoie diventano regola, il confine tra aiuto e abuso si dissolve.
Una crepa ancora aperta
Ora si attende la richiesta di rinvio a giudizio. Ma la domanda resta sullo sfondo, più ampia delle responsabilità individuali: quanto di questo sistema è stato eccezione e quanto, invece, sintomo?
Perché se un diritto deve essere comprato, o peggio contrattato, il problema non è solo chi vende. È anche chi rende possibile il mercato.
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