Un patriota anticomunista
Magyar compagno? Macché: tra identità, Pmi e addio a Mosca gela la sinistra nostrana. Roba da orticaria per Schlein e Fratoianni
+ Seguici su Google DiscoverMagyar tra identità, Pmi e addio a Mosca. Ecco perché il leader ungherese non è il “liberatore rosso” che Schlein e Fratoianni sognavano… Ma procediamo con ordine. Non è certo una novità, ma come dicevano i latini: “Repetita iuavant“… Dunque, per settimane la sinistra nostrana ci ha propinato la narrazione di un Péter Magyar come “fratello ideologico”, un paladino progressista pronto a traghettare l’Ungheria nel campo socialista. Ma basta leggere con attenzione la sua prima intervista post-voto alla tv di Stato per capire che Magyar è tutto fuorché un compagno. Il leader di Tisza non è il vessillo della sinistra. Semmai il clone magiaro di Donald Tusk: un conservatore pragmatico, sovranista nei fatti e deciso a riportare l’Ungheria al centro del progetto europeo, senza rinunciare alla propria identità.
Magyar un compagno? L’ultimo abbaglio della sinistra di casa nostra
Non stupisce allora che il duello televisivo con la direttrice Beata Csete si sia risolto in un corpo a corpo che nulla ha a che fare con il buonismo radical-chic. Magyar ha usato toni durissimi, citando Goebbels e denunciando i metodi “nordcoreani” della propaganda. Ma lo ha fatto da una posizione di forza identitaria. Il suo obiettivo – e lo ha chiarito sin dalle prime battute del suo intervento tv – non è la “società aperta” di Soros. Ma un’Ungheria sovrana, libera e indipendente. Come del resto ha ribadito anche ricordando il 70° anniversario della rivoluzione del 1956. Un richiamo al patriottismo anticomunista che dovrebbe far venire l’orticaria ai vari Schlein e Fratoianni…
Risorse alle Pmi, infrastrutture d’acciaio e addio a Mosca: i punti del piano d’attacco (e di rilancio) di Magyar
Non solo. Per anche dal fronte del programma arrivano conferme e rilancia che potrebbero far impallidire l’opposizione nostrana. Il programma esposto da Magyar è infatti un manifesto di pragmatismo economico che strizza l’occhio al tessuto produttivo. E allora, in merito alle risorse per le Pmi, Magyar invoca uno stop ai fondi alle “mega-fabbriche di batterie asiatiche”, per dare spazio alle piccole imprese locali. Mentre sul fronte energetico (a partire dagli approvvigionamenti) il nuovo leader ungherese rilancia sulla necessità di una diversificazione energetica per spezzare la catena di dipendenza dalla Russia. Infine (guarda caso?) sulle infrastrutture d’acciaio – tanto per fare un ultimo esempio – Magyar sostiene il progetto di un collegamento TGV Budapest-Varsavia, rinsaldando l’asse con la Polonia di Tusk.
Le priorità di Magyar: identità, imprese e indipendenza energetica
E non è ancora tutto. Perché – come riporta il Corriere della sera sull’argomento – «la priorità, ha ribadito Magyar in tv, è riportare a casa i fondi europei congelati. “Faremo tutto il possibile per riportarne a casa la metà prima di agosto e usarli bene – ha precisato, per far capire che il tempo dei giochi sporchi è finito. “Questi 11 miliardi di euro saranno destinati a un fondo di ricostruzione, inclusi 2,7 miliardi per gli ospedali. Altri 2,7 miliardi di euro saranno destinati al restauro delle strade e della rete ferroviaria fatiscente”». Oltre a quanto anticipato poco fa e a stretto giro dall’annuncio più roboante:«I media pubblici verranno sospesi e rifondati su basi etiche e di indipendenza dai decisori politici. Misure che – assicura – saranno portate avanti legalmente, consultandosi con il Parlamento e le organizzazioni professionali».
Magyar “delude” e smentisce Schlein, Fratoianni e compagni
E ancora una volta, l’approccio di Magyar rispecchia quello del suo alleato politico, il premier polacco Donald Tusk… E si ritorna al punto di partenza: quello della sinistra italiana che esulta per la sconfitta di Orbán, e si ritrova ora a fare i conti con un leader che parla di “patria”, di “fondi europei per gli ospedali” e che sul fronte guerra in Ucraina sembra ricalcare le orme del suo predecessore. E alla fine della fiera, insomma, Magyar non è il “liberatore” rosso che sognavano Elly e compagni. Piuttosto, la personificazione dell’ennesimo abbaglio di un’opposizione, che cerca all’estero i successi che in Italia non riesce a trovare.
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