La recensione
“Lo straniero”, il film che racconta l’enigma dell’uomo senza emozioni tra Freud e Camus
Il regista francese Ozon riesce in un'impresa impossibile: rendere cinematografico un romanzo della letteratura
+ Seguici su Google DiscoverIl regista francese Ozon riesce in un’impresa impossibile: rendere cinematografico un romanzo della letteratura francese che sembra, per alcuni versi, respingere il cinema, poiché ci troviamo di fronte a un protagonista senza obiettivi e soprattutto quasi privo di eventi.
Lo Straniero di Ozon si presenta come un viaggio ipnotico dentro la mente di un protagonista che sembra vivere in una sospensione emotiva permanente. La sua apparente indifferenza non è solo un tratto caratteriale: è la chiave di lettura dell’intera opera, il punto in cui psicologia, filosofia e linguaggio cinematografico si intrecciano fino a diventare un’unica, perturbante visione.
Un protagonista apparentemente distaccato
Un protagonista apparentemente distaccato, disinteressato ai sentimenti, che invece osserva tutto: segue la vita degli altri, fra caffè e sigarette, e con un’introspezione muta ingoia la perdita. È un uomo che sembra non partecipare, ma registra ogni cosa, come se la realtà gli scorresse davanti agli occhi senza mai toccarlo davvero.
Il cinema riproduce la realtà meravigliosamente. Quando poi a farlo è un regista francese, visionario ed esteta, questa trasformazione diviene ancor più empatica: la realtà non è mai mostrata così com’è, ma filtrata, deformata, resa più nitida proprio perché non è realistica. In questo prisma, il protagonista diventa un corpo opaco che riflette un mondo strano, inquietante, e paradossalmente più autentico.
La quotidianità piatta
La storia segue quest’uomo che vive una quotidianità piatta, scandita da gesti ripetuti e relazioni svuotate. Un evento improvviso — un delitto commesso quasi per caso, senza rabbia né intenzione — lo trascina in un processo che dovrebbe scuoterlo, costringerlo a reagire, a difendersi, a provare qualcosa. Ma lui rimane immobile, indifferente, come se la vita non lo riguardasse.
Un processo quasi alla Kafka per non aver manifestato dolore di fronte alla morte. Come se ci fosse un unico modo per gestire la perdita di un familiare. Il film mostra con lucidità quanto la società tema l’assenza di emozione più della colpa stessa.
Due occhi meravigliosi e malinconici, un volto spigoloso con uno strano erotismo e due corpi che finiscono con l’amarsi fra chimica e desiderio: Ozon costruisce così un personaggio che sembra sfiorare la vita senza mai afferrarla davvero. Il lutto che buca lo schermo nella sua cerimonia obbligatoria e poi il desiderio che irrompe, improvviso, come un lampo che non riesce a illuminare del tutto la sua oscurità interiore.
L’investimento nel lutto
Il lutto cerca un nuovo investimento, un nuovo scopo su cui riversare energia psichica. Tuttavia, l’elaborazione della perdita richiede tempo e passa dalla rabbia in modo quasi inevitabile. Ma in lui questa rabbia non esplode: resta compressa, muta, come un dolore che non trova linguaggio.
Era troppo presto per godere di tanto amore. Il protagonista spara il desiderio, spara la sua felicità. Deve scontare una pena. In questa dinamica si rivela la sua incapacità di abitare la gioia: ogni slancio vitale viene immediatamente risucchiato da una forza contraria, come se la felicità fosse un territorio proibito.
Un tono dissociato governa la sua psicologia. Un senso di colpa inghiottito che non si esprime se non in qualche espressione di dolore nascosto, un tremito impercettibile, un gesto che sfugge al controllo. La sua neutralità emotiva diventa così un enigma: è difesa, rassegnazione o una forma estrema di libertà? Il film non lo dice, e proprio per questo costringe lo spettatore a interrogarsi.
La lettura freudiana del film
La lettura freudiana illumina il film con una profondità ulteriore. Nel protagonista convivono, senza mai esplodere, le due pulsioni fondamentali:
* Eros, la spinta verso la vita, il desiderio, il legame
* Thanatos, la pulsione di morte, la tendenza alla dissoluzione, all’inerzia
La sua mancanza di emozioni sembra il risultato di un equilibrio instabile tra queste forze. Eros non riesce a trascinarlo verso la vita, Thanatos non riesce a distruggerlo del tutto. Rimane sospeso, come un corpo che galleggia tra due correnti opposte. Il regista suggerisce questo conflitto senza mai nominarlo: attraverso silenzi, inquadrature fisse, dettagli che sembrano insignificanti ma che rivelano un mondo interiore in frantumi.
Ed eccolo che, proprio vicino alla morte, decide di poter vivere la sua vita. A volte bisogna toccare la morte per rinascere. È come se solo il limite estremo potesse restituirgli un barlume di consapevolezza, un gesto di esistenza.
“Io mi porto la morte nel taschino. A volte la tiro fuori e ci parlo!” scriveva Carl Gustav Jung. Una frase che sembra cucita addosso al protagonista, che dialoga con la morte più che con la vita.
Il passaggio dalla letteratura al cinema
Nel passaggio dalla letteratura al cinema tutto si fa più visionario: ciò che sulla pagina sarebbe introspezione, sullo schermo diventa atmosfera, luce, ritmo. Il risultato è un’esperienza sensoriale più che narrativa.
Si riconosce subito la mano del regista francese, ossessionato da desideri, paura, erotismo e passione: costruisce un personaggio come un laboratorio vivente per esplorare ciò che accade quando l’Eros viene soffocato e il Thanatos prende il sopravvento senza clamore, senza violenza, ma con una calma inquietante.
Possiamo quindi concludere che Lo straniero è un film che non chiede di essere capito, ma sentito. È un’opera che parla del vuoto, del desiderio mancato, della vita osservata da lontano. Un film che, come il suo protagonista, non mostra emozioni ma le suscita con forza nello spettatore.
La felicità mancata come destino dell’uomo moderno
In fondo, ciò che resta dopo Lo straniero è l’eco di una felicità mancata, una felicità che non è stata perduta ma che forse non è mai esistita. Il protagonista non sembra averla sfiorata nemmeno per errore: la guarda da lontano, come si osserva un paesaggio che non appartiene al proprio mondo interiore. La sua incapacità di desiderare diventa allora la sua vera tragedia, più radicale della colpa, più definitiva della condanna. In un universo che pretende emozioni, che misura il valore dell’uomo sulla sua capacità di provare e di esprimere, lui rimane un corpo estraneo, un essere che non parla la lingua della gioia. La felicità mancata diventa così una categoria esistenzialista: non un fallimento, ma una forma di verità. La verità di chi non finge, di chi non si adatta, di chi non recita il copione emotivo che gli altri si aspettano. E forse è proprio questa sincerità spietata — questa impossibilità di aderire al mito della felicità — a renderlo, paradossalmente, il personaggio più umano di tutti.
Il finale
Il finale è la sintesi perfetta di questa psicologia: il protagonista affronta il proprio destino, la condanna, la morte, la fine con la stessa impassibilità con cui ha vissuto. Nessun pentimento. Nessuna paura. Nessun desiderio di salvezza. È come se, finalmente, la pulsione di morte trovasse compimento. Il suo volto immobile diventa l’immagine definitiva di un uomo che non ha mai scelto la vita, e che accoglie la fine come un ritorno naturale al silenzio.
Leggi anche
Ultima notizia
Primo anniversario
Un anno senza Papa Francesco, Meloni: «Ha segnato profondamente il nostro tempo»
Politica - di Eva De Alessandri