La riflessione
Giovani e violenza, la sfida educativa è combattere il nichilismo: nel vuoto di valori si insinua una disperazione cieca
Se prima la ribellione giovanile veniva incanalata in qualcosa, ora sembra che la parola chiave per i ragazzi sia “nulla” e nel vuoto si insinua una disperazione cieca che porta ad atti estremi
+ Seguici su Google DiscoverGli ultimi fatti di cronaca che più hanno sconvolto l’opinione pubblica, hanno un comun denominatore: la violenza e giovanissimi come protagonisti. Gli ultimi episodi rappresentano, in modo tragico, il simbolo del disagio giovanile portato alle estreme conseguenze e, per forza di cose, la decadenza di una società intera.
Il violento assassinio di un padre di famiglia davanti alla compagna e al figlio di 11 anni ad opera del baby-branco, il tentato omicidio da parte di un tredicenne di una sua professoressa, con tanto di diretta social, sono casi estremi, che potrebbero essere derubricati come azioni di folli, in realtà c’è un substrato culturale di cui si sono nutriti e in cui sono cresciuti i protagonisti, che purtroppo ci racconta di un problema generazionale gigantesco. La cronaca dettagliata delle vicende è già stata ampiamente fatta e non sarà mio interesse riproporla, come non mi interessa fare inutili riflessioni moraliste della serie “non ci sono più i bravi ragazzi di una volta”, vorrei da docente e da padre, semplicemente cercare di capire cosa sta succedendo.
La ribellione adolescenziale e la banalità del male
Il particolare che emerge da questi fatti di cronaca (insieme ad altri più o meno simili) è la violenza senza senso, gratuita e sproporzionata, che sembra muovere da una rabbia contro il mondo, contro la vita, contro tutto ciò che ostacola o semplicemente interpella un ego smisurato, che non tollera di essere messo in discussione.
Siamo stati tutti adolescenti, tutti dovremmo ricordare quel periodo fisiologico e, per certi aspetti anche sano, della cosiddetta ribellione adolescenziale, dove si impara a scoprire il mondo, a imporsi in esso dicendo timidamente “ci sono anch’io”. Periodo in cui tutti, in un modo o nell’altro, chi più chi meno, ha fatto esperienza di stupidate varie, eccessi, inquietudini, insicurezze, violenza. L’adolescenza (tutta la giovinezza in generale) è un fuoco che arde, che sprigiona un’energia dirompente che va in qualche modo governata, non si può pensare di reprimerla e basta.
Se prima questa ribellione giovanile veniva incanalata in qualcosa, anche di malsano, ma che comunque dava uno scopo, ora sembra che la parola chiave per le vicende e i protagonisti descritti prima sia “nulla”, non c’è qualcosa da difendere, non c’è un ideale per cui lottare, non c’è un amore da custodire, non c’è niente, nulla, nihil…
Il nichilismo post moderno
È il nichilismo post moderno, ovvero il rifiuto di qualsiasi valore, di qualsiasi senso che renda auspicabile qualcosa nella vita, la cancellazione del concetto di verità e la sua sostituzione col nulla. Il nichilismo genera estremismo, giovanissimi pronti sempre a mettersi alla prova fino a spingersi oltre i limiti. Questa disperazione esistenziale che si respira oggi nei ragazzi, ma anche negli adulti, è una disperazione che ha bisogno di cure palliative offerte dai social e dalla società dei consumi, che impone il diritto ad una falsa felicità, purché sia instagrammabile e da comprare a basso costo. In questo contesto gli adulti che non fanno gli adulti, sono una buona parte del problema.
Il problema educativo
Nella mia esperienza nelle scuole, ho riscontrato che spesso ci troviamo davanti a genitori assenti, che hanno uno sguardo di disperazione sui ragazzi, o genitori iperprotettivi, che impediscono ai figli di crescere e assumersi delle responsabilità, giustificandoli sempre. Proprio mentre scrivo queste righe, sto ascoltando in un noto programma televisivo le dichiarazioni di un esponente della comunità rumena di Arezzo (non ho capito cosa centri con la vicenda, forse è imparentato con uno dei ragazzi coinvolti) che sostiene come il carpentiere pestato a morte a Massa doveva farsi i fatti suoi, non intervenire su dei ragazzi ubriachi, per lo più se in compagnia del figlio.
Agghiacciante solo pensare che un uomo che passeggia con la sua famiglia, non possa rimproverare dei ragazzi, per tutelare il decoro della sua città, senza rischiare la vita. Mi ritorna in mente una chiacchierata fatta con un amico al mare, dove mi parlava delle preoccupazioni future che gli daranno i figli, per poi discutere sulle dinamiche adolescenziali di oggi. Ad un certo punto mi disse ridendo «ma ti ricordi come eravamo noi?», come a dire con che coraggio parliamo noi che ne abbiam fatte di ogni. Ma il punto è proprio quello, il passaggio dalla giovinezza all’età adulta deve, fisiologicamente, farti approcciare al mondo in modo diverso e se questo non avviene, è un problema. L’educazione è anche conflittuale e se noi, con tutti i nostri errori, sapevamo di avere attorno adulti pronti a contenerci, oggi forse questa dinamica è saltata.
Morale vs moralismo
Ma quali sono gli anticorpi al nichilismo? Spesso l’approccio educativo assume solo toni moralistici, che risultano talvolta insopportabili. Il moralismo è la perversione della morale, ovvero imporre delle regole ma sganciarle da dei valori fondanti, che fanno capire il perché di quelle regole. Se non crediamo più che nel mondo, così come nella natura umana, ci siano dei valori assiologici, metafisicamente fondati, a cui noi tendiamo per il bene, ma costruiamo delle regole solo a scopo utilitaristico, che sia sociale, politico o economico, ecco che si passa da una morale universale, metafisicamente fondata, ad un moralismo soggettivo e legalisticamente spietato, che soffoca l’uomo, il famoso “dovere per il dovere” di Kant. Spesso questo tipo di impostazione, anche nella scuola, produce l’effetto “Checco Zalone”, ovvero i ragazzi rifiutano questo moralismo e ne fanno oggetto di ironia.
Anche “la morte di Dio” non è stato un buon affare. L’epurazione della religione nell’immaginario collettivo ha lasciato un vuoto da riempire nell’uomo, che nonostante tutto resta un “animale religioso”, che ha bisognoso di trascendere il mondo materiale. Come sostiene il filosofo Fabrice Hadjadj: «Se si chiede ai ragazzi da dove viene l’uomo, risponderanno solo dalle scimmie, se si chiede loro quale sia il nostro futuro, risponderanno l’estinzione. È normale quindi che con tali premesse abbiano voglia di distruggere tutto».
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