Spy story
Cinese estradato negli Usa: è accusato di frode e cyberspionaggio sui vaccini Covid
Arrestato a Malpensa nel 2025, il 33enne è ritenuto parte della rete “Hafnium”: la Cassazione respinge il ricorso, la difesa parla di «persecuzione politica» mentre negli Usa rischia fino a 20 anni
Zewei Xu è già negli Stati Uniti. L’ingegnere cinese di 33 anni, arrestato a Malpensa il 3 luglio scorso su mandato americano, è stato consegnato alle autorità di Washington dopo il via libera definitivo della giustizia italiana. La decisione è maturata in pochi giorni, una volta chiuso il passaggio più delicato: circa dieci giorni fa la Cassazione ha respinto il ricorso della difesa contro l’estradizione autorizzata dalla Corte d’Appello di Milano il 27 gennaio.
La presunta spia estradata
Dopo il pronunciamento, è arrivato l’ok del ministero della Giustizia. Xu è stato trasferito e ha già raggiunto il territorio statunitense, dove dovrà rispondere delle accuse formulate dal Distretto meridionale del Texas.
Per l’Fbi, Xu non è un tecnico qualunque. È parte di un gruppo di hacker attivo almeno dal 2020, coinvolto in operazioni di intrusione informatica su larga scala. Tra gli obiettivi, secondo gli investigatori, ci sarebbero stati dati sensibili legati a terapie e vaccini anti-Covid, nel pieno della pandemia.
Le imputazioni sono pesanti: frode telematica, furto di identità, associazione a delinquere finalizzata alla frode informatica, accesso non autorizzato a sistemi protetti. Reati che, nel sistema giudiziario statunitense, possono portare a una condanna fino a vent’anni.
L’accusa sostiene che Xu abbia agito su mandato del governo cinese, partecipando anche alla sottrazione di informazioni sulle politiche di Washington.
La rete hacker Hafnium
Al centro dell’inchiesta c’è una campagna di cyberattacchi attribuita alla Repubblica popolare cinese e nota come “Hafnium”. Un’operazione che, secondo gli Stati Uniti, ha colpito migliaia di computer in tutto il mondo.
Gli investigatori indicano tra i bersagli università, immunologi e virologi dell’Università del Texas, attaccati a partire dal febbraio 2020. Verso la fine dello stesso anno, Xu e altri avrebbero sfruttato vulnerabilità del software Microsoft Exchange Server per colpire studi legali e altre organizzazioni.
Il metodo descritto è ricorrente: accessi ottenuti tramite comunicazioni ingannevoli, con cui il gruppo si presentava come autorizzato. Tra gli elementi raccolti, un account email attribuito a Xu, dove sarebbero emersi scambi con altri membri del team su operazioni di intrusione.
La difesa e il silenzio
Xu ha sempre respinto ogni accusa. Durante la detenzione nel carcere di Busto Arsizio non ha mai collaborato con i magistrati italiani, rifiutando anche un interrogatorio richiesto dai pm di Milano.
La linea difensiva resta netta. L’avvocato Enrico Giarda ha parlato di accuse «fumose», mentre l’imputato ha denunciato una «persecuzione politica».
«Sto vivendo il periodo più difficile della mia vita, rischio di subire un processo ingiusto negli Usa e maltrattamenti fisici e psicologici. Non estradatemi», aveva supplicato. E ancora: «Tutti i miei dati personali, la mail, i contatti sono rimasti alla società per la quale lavoravo quando l’ho lasciata nel 2018. Può essere che un’altra persona abbia utilizzato negli anni successivi il mio pc e la mia utenza, non so cosa sia successo ma ribadisco la mia estraneità».
Il contesto internazionale
L’estradizione si inserisce nello scontro più ampio tra Washington e Pechino sul terreno della sicurezza digitale e dello scontro tra intelligence.
Ora il caso si sposta negli Usa. Il processo definirà il peso delle prove raccolte e, soprattutto, se dietro Xu ci sia davvero una regia statale. Una partita che va oltre il destino di un singolo imputato.