Il decreto Primo maggio
C’è chi parla di salario minimo e chi fa il salario giusto: la differenza tra propaganda e risposte reali
La misura varata dal governo mette d'accordo sindacati e Confindustria e c'è un motivo: supera i rischi di un livellamento al ribasso connessi a una retribuzione minima standardizzata e rafforza la contrattazione collettiva
+ Seguici su Google DiscoverIl decreto Primo maggio, che introduce il “salario giusto”, è stato salutato con favore tanto da Confindustria e dalle altre associazioni datoriali quanto dai sindacati, al netto della Cgil. C’è un motivo: la misura introdotta dal governo è una risposta seria al tema della povertà salariale, che rafforza il ruolo della contrattazione collettiva ed evita il rischio intrinseco al salario minimo di vedere un livellamento al ribasso delle condizioni economiche e contrattuali dei lavoratori.
La soddisfazione dei sindacati
La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, e il segretario generale della Ugl, Francesco Paolo Capone, hanno espresso tutti la propria soddisfazione per il provvedimento, sottolineando non solo la correttezza della scelta di identificare il “salario giusto” attraverso le soglie individuate dai contratti nazionali più rappresentativi e con le condizioni migliori, ma anche l’importanza di riconoscere incentivi alle imprese che applicano queste condizioni, assestando in questo modo anche un colpo ai contratti in dumping.
L’appoggio di Confindustria a una misura che «premia le imprese corrette»
Un aspetto questo riconosciuto come fondamentale anche dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che ha sottolineato anche come la scelta di individuare nei contratti firmati dalle associazioni più rappresentative il riferimento legale per definire il “salario giusto” sia una risposta corretta all’articolo 36 della Costituzione. Inoltre, per Orsini, «concedere gli incentivi pubblici solo a chi garantisce il “salario giusto” contrasta il dumping contrattuale», con un effetto moltiplicatore di equità. «Non trovo corretto riconoscere i benefici derivanti dalla fiscalità generale a chi non garantisce il trattamento economico e normativo dovuto ai propri dipendenti. In questo modo – ha sottolineato il presidente di Confindustria – il governo premia le imprese corrette, sostiene il lavoro di qualità e rafforza un sistema competitivo fondato su legalità, responsabilità sociale e giusta concorrenza». Apprezzamento per il decreto è stato espresso, tra gli altri, anche dal Confesercenti e Confcommercio.
Il giuslavorista parla di «rivoluzione»
Il giuslavorista Alessandro Paone, poi, intervistato dall’agenzia di stampa Adnkronos, ha parlato di «una rivoluzione». «Con il decreto 1° maggio per la prima volta si afferma che il riferimento salariale è nel solo contratto collettivo sottoscritto dai sindacati comparativamente più rappresentativi a livello nazionale: è una rivoluzione di sistema avviata con una formulazione con efficacia giuridica netta, che provoca immediatamente l’espulsione dei contratti dumpisti firmati dalle tante sigle sindacali minori che riconoscono salari più bassi», sono state le parole dell’avvocato e fondatore di Nius studio legale.
Cos’è il “salario giusto” e perché è una risposta migliore del “salario minimo”
Il “salario giusto” supera l’idea di una soglia uniforme, ritenuta insufficiente a rappresentare la complessità del sistema retributivo italiano, e a evitare effetti di compressione verso il basso dei salari complessivi che una soglia minima rigida e uguale per tutti, fissata per legge, porta con sé e che è particolarmente forte in un sistema come quello italiano, dove la retribuzione è composta da molteplici voci. Si passa così dal Tem, il Trattamento economico minimo, che sta al centro del dibattito sul salario minimo al Tec, il Trattamento economico complessivo, che introduce una nuova e più vantaggiosa prospettiva.
Con il “salario giusto” ciò che viene preso in considerazione infatti non è il minimo tabellare, ma l’intero pacchetto retributivo, che include anche indennità, welfare e progressioni. Dunque, un parametro al rialzo e non al ribasso come invece si sarebbe potuto rivelare il salario minimo, nel quale facilmente potevano finire appiattite tutte quelle voci “integrative” che poi compongono la reale retribuzione.
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