Il pioniere
Al convegno della Fondazione An l’eredità di Mattei: “Vedere possibilità dove gli altri non ne vedono”
A Roma un convegno della Fondazione Alleanza Nazionale ha riletto l’eredità del fondatore dell’Eni. “Mattei era un uomo dell’Occidente, ma allo stesso tempo viaggiava e apriva nuovi orizzonti”
+ Seguici su Google Discover“Enrico Mattei è stato un grande italiano”. La definizione, pronunciata da Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Fondazione An, ha dato il tono a un convegno che non si è limitato alla commemorazione. A Roma, nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro, la Fondazione An ha dedicato un incontro all’eredità strategica del fondatore dell’Eni, nel centoventesimo anniversario della nascita, riunendo esponenti istituzionali, diplomatici, giornalisti e studiosi.
Il punto non era soltanto ricordare una biografia fuori scala, ma interrogarsi su quanto del metodo Mattei possa ancora parlare all’Italia di oggi: un Paese che ha più potenziale di ciò che crede, che affaccia sul Mediterraneo e riesce a dialogare con le altre sponde non può sentirsi inferiore agli altri quando di fatto è al centro degli attuali snodi geopolitici mondiali.
Il metodo Mattei
Dagli interventi, moderati dalla giornalista Ottavia Munari, è emerso e vero e proprio ritratto del pioniere: “Mattei non fu solo un manager pubblico— come ha ben spiegato Giordano — ma un interprete dell’interesse nazionale” in una fase in cui l’Italia cercava spazio, credibilità e autonomia dopo la guerra. La sua intuizione fu tenere insieme energia, politica estera e sviluppo industriale. Non una diplomazia parallela, ma una proiezione economica capace di incidere sugli equilibri internazionali.
Il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, promotore dell’iniziativa, ha insistito proprio su questo aspetto, ricordando come il pensiero di Mattei fosse già allora “un pensiero di geoeconomia, di geopolitica e di visione complessiva delle cose”. Nel suo discorso ha richiamato anche la dimensione formativa dell’esperienza dell’Eni, la capacità di costruire quadri tecnici nei Paesi produttori e di legare la presenza italiana non solo all’estrazione di risorse, ma alla crescita delle competenze locali.
È su questo terreno che il modello di Mattei si distinse dalle logiche dominanti del tempo. L’idea di riconoscere ai Paesi produttori una quota più ampia dei benefici non era filantropia: era realismo politico, costruzione di fiducia, apertura di mercati, riduzione delle dipendenze. Sapeva “vedere possibilità dove gli altri non ne vedono”.
Energia, Africa e interesse nazionale
Il parallelo con l’attualità poi è arrivato da solo. Il Piano Mattei dal governo guidato da Giorgia Meloni è stato letto dai relatori come il tentativo di recuperare una postura: non aiuto calato dall’alto, ma partenariato economico, infrastrutture, formazione, sicurezza energetica e sviluppo condiviso. “Una strategia win-win (vinco io e vinci tu Ndr.)”, ha ricordato Giordano. Si chiama, aggiunge: “Partenariato non predatorio”.
Il punto, si è spiegato, non è soltanto investire in Africa, ma costruire rapporti nei quali l’interesse italiano e quello dei Paesi interlocutori non siano presentati come alternativi ma al contrario tutti possano ottenere benefici concreti. È un’impostazione che ambisce a tenere insieme controllo dei flussi migratori, crescita locale, nuove filiere produttive e presenza internazionale dell’Italia.
Francesco Talò, inviato speciale del governo per Imec, ha allargato ulteriormente il quadro. Per lui chiedersi cosa farebbe oggi Mattei significa guardare oltre gli idrocarburi: minerali critici, libertà di navigazione, rotte commerciali, difesa, tecnologie duali. ha osservato, indicando nella rete India-Medio Oriente-Europa una delle possibili infrastrutture strategiche del futuro.
Le sfumature del dibattito
Non sono mancate accentuazioni diverse. Maurizio Gasparri ha collocato Mattei nella storia concreta della democrazia italiana, e ha arricchito la discussione proiettando anche uno stralcio del film a lui dedicato. Flavia Giacobbe, direttrice di Formiche e Airpress, ha richiamato invece la modernità della diplomazia energetica, sottolineando come Mattei avesse compreso in anticipo che energia a basso costo e competitività industriale sarebbero diventate due facce della stessa questione nazionale.
Francesco Giubilei, consigliere scientifico della Fondazione, ha chiuso riportando il discorso alla parola “diversificazione”: fornitori, fonti, rotte, tecnologie. Rinnovabili, gas, nucleare, infrastrutture. Nessuna opzione unica, ma un mix capace di evitare nuove dipendenze.
Un’eredità da maneggiare con misura
L’attualità di Mattei, emersa dal convegno, non sta nella replica nostalgica di una stagione irripetibile. Sta piuttosto in un metodo: leggere l’energia come leva di sovranità, trattare l’interesse nazionale come responsabilità concreta, usare l’impresa pubblica e privata per dare profondità alla politica estera. In un tempo segnato da guerre, transizioni tecnologiche e fragilità europee, la sua lezione resta esigente proprio perché non si presta alla retorica: chiede decisioni, competenza e visione lunga. Come lui stesso diceva: “Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità”.
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