«Lecchini» e «piazzisti»: gli insulti di Travaglio a chi “osa” riconoscere le capacità di Meloni

27 Ott 2022 9:57 - di Sveva Ferri
travaglio

Di Giorgia Meloni, dei suoi primi passi da premier e del suo discorso non si può pensare e scrivere bene, perché altrimenti si tratta di una manifesta forma di lecchinaggio. È la tesi proposta oggi da Marco Travaglio, in un editoriale sul Fatto quotidiano particolarmente insultante nei confronti dei giornalisti, e non solo, che hanno osato riconoscere le capacità manifestate dal presidente del Consiglio e la caratura del suo intervento per la fiducia.

I giornalisti nella lista di proscrizione di Travaglio

Travaglio fa un elenco di proscritti rei, a suo avviso, di spargere una «cascata di bava e saliva». Si va da Concita De Gregorio a Francesco Verderami, da Gaia Tortora a Claudio Cerasa, i quali, ciascuno a suo modo, hanno ammesso di aver apprezzato le parole di Meloni in Parlamento, in molti casi senza nascondere di esserne rimasti sorpresi. Insomma, spiegando di trovarsi a giudicare ciò che effettivamente è e non ciò che ci si aspettava, si presumeva e, magari, si auspicava. Per molti si tratterebbe di onestà intellettuale, per Travaglio è piaggeria interessata. Quindi Travaglio, immaginiamo a vantaggio del bene comune e non delle proprie antipatie o dei propri interessi politici, mette in guardia Meloni da «chi prima la lusinga e poi passa alla cassa». «Tipo – scrive – Sabino Cassese, anzi Incassese, illustre piazzista di una nidiata di allievi».

E Sabino Cassese diventa un «piazzista» e un «vucumprà»

Proprio a Cassese è dedicato il titolo dell’editoriale, nel quale quello che è universalmente considerato uno dei maggiori giuristi italiani diventa «Sabino il vucumprà». La colpa di Cassese, come emerge dall’editoriale, è doppia: non solo, dopo averlo analizzato puntualmente, ha promosso il discorso di Meloni, ma in passato si permise persino di mutare giudizio su Giuseppe Conte, questione quest’ultima che appare decisamente preminente rispetto alla prima. Secondo Travaglio, il cambio di giudizio fu dovuto al fatto che l’allora premier «declinò i suoi amorevoli consigli sulle nomine», mentre non si affaccia nella sua analisi il fatto che i mutamenti di giudizio potrebbero essere legati alle giravolte politiche di Conte.

«Ora il gioco dell’oca riparte dal via con Meloni. Cassese plaude al suo presidenzialismo e al suo discorso», scrive Travaglio, aggiungendo che «poi passerà alla cassa». «Ehi, Giorgia, vu cumprà?», conclude il direttore del Fatto, la cui solida memoria rispetto ai presunti misfatti di Cassese, come di chiunque altro, viene improvvisamente meno quando si tratta di ricordare che le posizioni del costituzionalista sul presidenzialismo non arrivano oggi inaspettate insieme all’approdo di Meloni a Palazzo Chigi, ma sono da tempo nel dibattito politico.

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