Hina, l’omicidio non è bastato: il fratello leva la foto dalla tomba perché «era in canottiera» (video)

giovedì 1 Luglio 12:51 - di Viola Longo
hina tomba

La foto sulla tomba non poteva rimanere, perché «era in canottiera». A 15 anni dal suo assassinio, per mano del padre, Hina Saleem continua a essere vittima di violenza da parte della famiglia pakistana. Il fratello, infatti, ha divelto dalla lapide la foto nella quale appariva sorridente e libera, vestita all’occidentale, come voleva e come non le fu permesso a costo della vita. A raccontare la vicenda è stata la trasmissione Zona bianca, che continua così il suo viaggio nelle comunità di immigrati musulmani in Italia, raccogliendo le voci di quanti giustificano e perfino avallano atrocità come quelle consumate contro Hina e ora fortemente sospettate contro Saman.

La tomba di Hina senza foto. I musulmani: «Era svestita»

Intervistato dalla trasmissione di Rete 4, è stato lo stesso fratello maggiore di Hina ad ammettere di aver tolto la foto perché la ragazza indossava la canottiera. «L’ho tirata via io, certo», ha rivendicato. La vicenda era nota, ma le interviste raccolte da Ilaria Dalle Palle in questi giorni confermano che quell’estremismo resta radicatissimo e trova il consenso di molti nella comunità immigrata di Brescia. Nel servizio la giornalista mostra la foto ad alcuni uomini, chiede se rappresenti un problema e la risposta è: sì, è un problema. «In questa foto si vede il corpo, per noi musulmani è impossibile», ha detto un giovane uomo. «Sì, è scoperta, senza vestiti», ha commentato un altro, approvando la scelta del fratello e aggiungendo che «dai c’è una cultura diversa, dai noi le donne non girano così».

«Le bambine devono essere educate fin dal primo giorno»

«Guarda – ha aggiunto l’uomo – mia moglie è italiana e io non le do il permesso di andare, per esempio, a gambe nude». E, ancora, un altro uomo: «Non posso lasciare mia figlia vestirsi così. Ci deve essere l’educazione dall’inizio delle bambine. Devono essere educate dal primo giorno, devono sposarsi con un musulmano». Sempre Zona bianca qualche giorno fa, partendo dal caso di Saman, ha raccolto nella comunità islamica di Roma pareri rispetto alla possibilità che una ragazza scelga chi frequentare. Le risposte sono state lapidarie: le donne non possono scegliere chi sposare e se una esce con un uomo senza il consenso dei genitore «si può ammazzare».

I 15 anni trascorsi invano tra Hina e Saman

L’approfondimento sulla vicenda della tomba di Hina aggiunge un altro tassello: anche dopo la morte, la donna si può continuare a prevaricare, privare di identità, cancellare. Da Saman Abbas a Hina Saleem, da Roma a Brescia, insomma, la violenza contro le donne si affaccia nelle parole e nei gesti delle famiglie musulmane che vivono in Italia, anche da anni, proprio come i Saleem e gli Abbas. Quindici anni fa l’omicidio di Hina, uccisa e sepolta nel giardino di casa, deflagrò sulle nostre cronache, aprendo lo sguardo su un abisso fino ad allora pressoché sconosciuto. Quindici anni dopo siamo ancora qui a cercare il corpo di una ragazza pakistana nelle campagne dietro la sua casa italiana. E scopriamo che per queste giovani donne non c’è pace neanche post mortem.

 

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