Ma quale green pass e paura delle varianti, in aeroporto i controlli a quota zero

mercoledì 26 Maggio 12:37 - di Giorgia Castelli
Covid

Si parla di green pass, di vaccini, di nuove varianti, ma i controlli anti Covid per chi arriva dall’estero in aeroporto fanno acqua da tutte le parti. Perlopiù le misure di prevenzione sono affidate alla buona volontà dei singoli perché il governo non ha previsto le verifiche necessarie. Lo racconta in un reportage il giornalista de il Fatto quotidiano Stefano Vergine. Il cronista spiega come importare il Covid sia facile: agli aeroporti zero controlli. Tornato in Italia la scorsa settimana ha raccontato step by step il suo viaggio dalla Costa d’Avorio a Milano via Parigi.

Regole anti Covid, il racconto

«La procedura – scrive – prevede un tampone molecolare da effettuare tre giorni prima della partenza. Ho fatto il test la mattina di lunedì 17 maggio, nel centro di Abidjan, quartiere Plateau, sotto un tendone bianco… Pagati 25mila franchi africani (40 euro circa), l’infermiere mi ha infilato nel naso il tipico bastoncino bianco (una sola narice) e mi ha lasciato andare. Risultato: negativo. Prima di prendere l’aereo per tornare a casa, ho trascorso altri due giorni e mezzo nel Paese».

In aeroporto zero controlli anti Covid

Il giornalista de il Fatto spiega che «in Costa d’Avorio le mascherine sono un optional, quasi nessuno le indossa. Se si vuole uscire di casa per fare qualsiasi cosa, dalla spesa a un pranzo, gli assembramenti sono praticamente inevitabili. Alle 21.25 di mercoledì sera mi sono imbarcato su un Boeing Air France con destinazione finale Milano Malpensa. Alla partenza il personale di volo ha verificato due volte il mio certificato del tampone. È stato l’unico controllo a cui sono stato sottoposto. Né durante lo scalo a Parigi, né tantomeno all’arrivo in Italia, qualcuno mi ha più chiesto di mostrare il risultato del test. Né mi è stata chiesta l’autocertificazione».

Ecco cosa accade appena si arriva in Italia

Ed ecco cosa accade appena si arriva in Italia. «A Malpensa, giovedì alle 11.40, mi sono unito alle centinaia di altri viaggiatori in arrivo dall’estero. In quel momento stavano atterrando altri tre voli internazionali: da Minsk, Bielorussia; da Mosca, Russia; da Bassora, Iraq. La procedura è stata uguale per tutti. Nessun controllo da parte delle autorità italiane. Nessuno ci ha provato la febbre, nessuno ci ha chiesto il certificato del tampone. Soprattutto, nessun viaggiatore è stato obbligato a sottoporsi a un tampone prima di uscire dall’aeroporto».

«Regole non sciatteria. È il governo a non prevederlo»

Poi l’atto di accusa: «Non è sciatteria, non è responsabilità del personale addetto ai controlli doganali: sono le regole scritte dal governo a non prevedere tutto questo». Il giornalista spiega che all’aeroporto di Malpensa, subito fuori dall’area bagagli, in realtà è stato allestito un punto per i tamponi rapidi. «È privato, gestito dal Gruppo San Donato, ma non essendo obbligatorio il test (50 euro, quasi il doppio rispetto al prezzo applicato dalle farmacie comunali) quasi nessuno lo fa: quando sono passato, non c’era nemmeno una persona in fila. A 16 mesi dall’inizio della pandemia, con 125.501 morti accertati e oltre 4,1 milioni di contagiati, questo è il modo che l’Italia sta usando per gestire l’arrivo quotidiano di persone dall’estero. Tutto basato sulla buona volontà degli individui, che a seconda del Paese d’arrivo e del tempo trascorso all’estero devono fare la quarantena fiduciaria e sottoporsi a tampone».

Covid, le eccezioni

Le uniche eccezioni, spiega il giornalista de il Fatto, «sono previste per Brasile, Bangladesh, India e Sri Lanka: chi rientra è tenuto a fare il tampone in aeroporto o entro 48 ore dall’arrivo. Come è possibile minimizzare il rischio di importare nuovi contagiati e relative varianti se nessuno controlla chi arriva dall’estero?»

 

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