Covid, lo Spallanzani scopre «varianti benigne» fra gli indiani. Vaia: «Sono meno aggressive»

lunedì 10 Maggio 12:03 - di Eleonora Guerra
varianti benigne

Non solo quelle più aggressive, più contagiose, potenzialmente insensibili ai vaccini. Fra le varianti del coronavirus ve ne sono anche di «benigne», ovvero di meno gravi rispetto al ceppo prevalente in Italia. A sottolinearlo è stato il direttore sanitario dell’Istituto Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, chiarendo che «non tutte le mutazioni peggiorano la situazione». Dunque, è il messaggio, bisogna evitare gli allarmismi sul tema delle varianti, che anzi in alcuni casi indicano che «il virus può mutare in forme meno invalidanti».

Allo Spallanzani scoperte varianti benigne fra gli indiani

Intervistato dal Messaggero, Vaia ha rivelato che allo Spallanzani «abbiamo appena tracciato alcune varianti “benigne” tra gli indiani rientrati. È un ceppo meno grave di quello prevalente nel nostro Paese». «Il nemico è il virus, non le varianti. Le mutazioni – ha chiarito Vaia – ci aiutano a capire come avere strumenti sempre adatti a fronteggiare la pandemia. Ma non ci devono spaventare». Il direttore dello Spallanzani, quindi, ha informato sul fatto che «la ragazza positiva alla sudafricana è in via di guarigione» e «la situazione è sotto controllo». «Tra gli indiani – ha poi aggiunto – abbiamo scoperto, col nostro sequenzimetro, alcune mutazioni “benigne”, meno gravi dal punto di vista della contagiosità e della patogenicità. Questo – ha concluso Vaia – è positivo, significa che il virus può mutare in forme meno invalidanti».

Bassetti: «Le varianti benigne sono molte»

Anche il virologo Matteo Bassetti, commentando la scoperta dello Spallanzani, ha avvertito che «tutti parlano delle varianti Covid come negative, ma possono esserci anche quelle benigne e sono molte». «È un modo – ha spiegato – che ha il virus di mutare. Finora abbiamo osservato e studiato quelle maggiormente contagiose e più aggressive, come la variante inglese. Ma ad oggi i vaccini a mRna funzionano anche contro di loro. Per questo non comprendo molto chi, spesso senza conoscenze approfondite, da tempo specula e terrorizza sulle varianti». «Sono d’accordo con quanto emerso dallo studio dello Spallanzani e con la riflessione del direttore Vaia: non tutte le mutazioni peggiorano la situazione», ha concluso il direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Liguria.

Clementi: «Il virus giunto da Wuhan era una variante»

Sul tema si è soffermato anche il virologo Marco Clementi. Intervistato da Libero ha spiegato che la presenza di tutte queste varianti significa che il virus è costretto a combattere per sopravvivere. «Il virus ha un solo obiettivo: replicarsi. Ora, però, ha a che fare con una parte di popolazione già vaccinata e con un’altra che ha già superato la malattia e quindi a sua volta ha gli anticorpi», ha ricordato Clementi, sottolineando che «il virus arrivato da Wuhan era già una variante». Ma, ha precisato Clementi, «il virus non muta all’infinito. In realtà, pur mescolate in maniera diversa, si stanno ripetendo le stesse mutazioni. La cosa ancora più importante – ha concluso – è che tutte le varianti, almeno fino a questo momento, vengono bloccate o quantomeno fortemente contrastate dagli anticorpi prodotti dai vaccini».

 

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