Lo Stato regala 326mila euro alla Fondazione intitolata al terrorista Feltrinelli. Mollicone: cambi nome

mercoledì 21 Aprile 20:08 - di Paolo Lami
IL CADAVERE DI GIANGIACOMO FELTRINELLI SOTTO IL TRALICCIO CHE STAVA TENTANDO DI ABBATTERE CON UNA CARICA DI ESPLOSIVO

Lo Stato italiano regala 326mila euro, presi dalle tasche degli italiani, alla Fondazione intitolata al terrorista rosso Giangiacomo Feltrinelli, fondatore del gruppo terroristico marxista-leninista e guevarista Gap, rimasto ucciso il 14 marzo 1972, sotto a un traliccio a Segrate mentre posizionava un ordigno artigianale da lui stesso preparato.

L’incredibile vicenda è venuta fuori in Commissione Cultura alla Camera. A portarla alla luce i  parlamentari di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone e Paola Frassinetti. Che ora chiedono un veloce e ineludibile cambio di passo, dando l’aut aut al governo: o la Fondazione cambia nome o il finanziamento va immediatamente bloccato.

“La Fondazione Feltrinelli riceverà un contributo ordinario dal Ministero della Cultura di 326 mila euro, inaccettabile per un istituto culturale. La Fondazione Feltrinelli è fra i primi 10 finanziati, chiediamo sia cambiato nome alla Fondazione o vengano bloccati i finanziamenti“.
Anche perché, rivelano Mollicone e Frassinetti, “sul sito della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli viene incredibilmente rivendicata l’appartenenza del fondatore ai GAP“, i Gruppi di Azione PartigianaEsercito Popolare di Liberazione fondati dallo stesso terrorista miliardario, “come se fosse un circolo di lettura e non un gruppo terroristico. E la sua morte viene raccontata come un mistero, quando invece tutte le perizie hanno dimostrato che morì durante la goffa preparazione di un attentato, anche per un esplosivo sbagliato“.

“Abbiamo numerosi interrogativi – avvertono i due parlamentare di FdI. – Il gruppo Feltrinelli è un grande gruppo culturale. E che abbia questo intervento statale così ampio, rispetto altre realtà di approfondimento scientifico ben più meritorie, ci pone un primo interrogativo“.
Interrogativi che non si sono posti né il Pd né la Lega, nè Forza Italia, nè Italia Viva, nè i Cinque Stelle. Che domani, hanno già annunciato, voteranno a favore.

“E’ assurdo, poi che lo Stato italiano finanzi, anche con i soldi delle vittime del terrorismo, un istituto intitolato a un personaggio che ha fatto della guerriglia il proprio stile di vita – continua  il deputato capogruppo di FdI in Commissione Cultura, Federico Mollicone e la collega Paola Frassinetti. – Fratelli d’Italia promuove da sempre una nuova Commissione bicamerale d’inchiesta che, oltre che occuparsi dei casi ancora irrisolti delle stragi italiane, in un’ottica internazionale, insieme ad un comitato di storici, descriva e definisca una relazione sulla Guerra Fredda in Italia, chiudendo finalmente l’eterno dopoguerra italiano“.

Giangiacomo Feltrinelli – ricordano i due parlamentari di FdI – ha finanziato il Partito Comunista per molti anni. Ed è stato profondamente affascinato dalla lotta castrista e guevarista. Riteniamo sia arrivato il momento di istituire un Museo per le vittime del terrorismo e delle Stragi nel quale raccontare la Guerra Fredda italiana.”

Sul sito della Fondazione Feltrinelli, in effetti, la figura dell’editore-terrorista viene tratteggiata in maniera romantica e celebrativa rispetto all‘attività eversiva che “il Giangi” conduceva sotto il nome di battaglia di “Osvaldo”.

“Nel 1970” Giangiacomo Feltrinelli “fonda i GAP (Gruppi d’azione partigiana) e dal giugno 1970 pubblica anche un mensile, diretto e sostanzialmente scritto da lui per alcuni numeri: “Voce comunista”. Nel 1971 decide di avviare le pratiche per trasformare l’Istituto in Fondazione, ma non potrà vedere il completamento dell’iter, che si sarebbe chiuso solamente nella primavera del 1974 – ricostruisce con toni elegiaci il sito della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. – La notte del 14 marzo 1972 Giangiacomo Feltrinelli viene ucciso da un’esplosione, presso un traliccio dell’alta tensione a Segrate. La tesi ufficiale parla di un incidente occorso nella preparazione di un attentato dinamitardo. Ma da subito la versione ufficiale suscita parecchie perplessità. I funerali si tengono il 28 marzo a Milano, con una grandissima partecipazione”.

Ma andarono davvero così le cose, come le racconta, infiocchettate e incipriate, la Fondazione Feltrinelli?

Danilo Coppe, geominerario-esplosivista, esperto di blasting engineering, fondatore e presidente dell’Istituto Ricerche Esplosivistiche, perito della Corte d’Assise nel processo della strage di Bologna, e autore di un recentissimo libro dal titolo “Crimini Esplosivi per l’editore Mursia, la vicenda di Giangiacomo Feltrinelli se l’è studiata a fondo. E non ha alcun dubbio nè perplessità: “Feltrinelli morì per imperizia. Lui si sopravvalutava come bombarolo – assicura Coppe. – Ma ha compiuto errori macroscopici che lo hanno portato a saltare in aria. Ha fatto tutto da solo”.

L’attentato in cui Fetrinelli restò ucciso faceva parte, scrive Coppe nel suo libro, di “un piano precedentemente organizzato con le finalità di lasciare Milano al buio“.

“Un gruppo” del Gap, fondato dallo stesso Feltrinelli, “doveva piazzare le cariche esplosive su uno dei tralicci che portano corrente elettrica a Milano da S. Vito a Gaggiano. L’altro gruppo, quello con Feltrinelli, doveva invece provvedere, fra gli altri, ad abbattere il traliccio di Segrate. Nel primo caso – ricorda l’autore di “Crimini Esplosivi” – le cariche non hanno funzionato. Nel secondo l’esplosione è avvenuta durante il posizionamento delle cariche“.
Operazione che stava facendo, appunto, Feltrinelli in prima persona. Altroché le fake news propalate, ancora, a sinistra.

“In particolare – entra nei dettagli tecnici Coppe – è esplosa prematuramente la carica sulla quale il celebre editore era a cavalcioni. La detonazione flagellava il basso ventre di Feltrinelli, staccandogli di netto la gamba destra che verrà proiettata a distanza. In definitiva l’attentato ai tralicci andò completamente fallito, con l’ideatore morto (Feltrinelli), un suo complice ferito da una scheggia a una gamba e un secondo complice assordato almeno da un orecchio”.

Tuttavia si mise in moto il solito can can. La sinistra, che ha una notevole abilità nel costruire fregnacce facendole passare per verità insindacabili, mise in moto una spregiudicata operazione di disinformatia che ancora oggi si cerca di puntellare con sfacciataggine inaudita.

“I giornali dell’epoca si scatenarono nel pubblicare ridde di ipotesi complottiste dove, fra l’altro, si supponeva – scrive Coppe – che Feltrinelli fosse stato ucciso altrove e, poi, portato sul posto e fatto saltare per mascherarne il decesso“.

Le cose andarono molto più banalmente. Le ricostruirono due esperti, i medici legali Stefano Buzzi e Alessandro Rossi assieme allo stesso Coppe. E il risultato delle ricerche finì pure in un libro “La strana morte del compagno Osvaldo”, nome di battaglia che lo stesso Feltrinelli si era scelto per la sua attività terroristica nei Gap.

Cosa successe dunque a Feltrinelli mentre piazzava l’ordigno?
Va fatta una premessa, prima di entrare nei dettagli.
“Nel 1969 proliferavano testi inneggianti ad azioni di guerriglia e sabotaggio urbano, guarda caso – ricorda Coppemolti dei quali pubblicati dalla casa editrice Feltrinelli“. Insomma le istruzioni erano a portata di mano di tutti: “Fino agli anni Sessanta si privileggiava lavorare sul sicuro utilizzando detonatori elettrici già pronti” – assicura l’autore del saggio “Crimini Esplosivi” – Feltrinelli, al contrario, ha preferito  cercare strade complicate dimenticando l’esistenza di sistemi elementari e collaudati”.

In questo Coppe ci legge una certa “libidine terroristica” del fondatore dei Gap.
Ad ogni modo, dal punto di vista tecnico, sia l’ordigno, sia il detonatore che il tipo di esplosivo, sia, ancora, il giorno dell’attentato scelto da Feltrinelli, furono, tutti, in misura diversa, all’origine, del “suicidio” non voluto ma inevitabile del ricco figlio di papà che giocava a fare il rivoluzionario.

Feltrinelli – ricostruisce così Coppe la scena di quella notte umida a Segrate finita in tragedia – si è ritrovato al buio, a cavalcioni di un traliccio, con la carica principale nel posto sbagliato (stretta fra la sua coscia e il traliccio, ndr) e con una selva di micce detonanti e cavi elettrici a penzoloni, nonchè un timer innescato in trazione e sballottato“.

Va detto, intanto, che il traliccio non sarebbe mai caduto se Feltrinelli, “pressando con la coscia destra l‘esplosivo contro il longherone” non avesse finito per diventare, esso stesso, con il suo corpo, l’intasamento ideale aumentandone l’effetto.

Ad ogni buon conto, continua Coppe con buona pace della Fondazione Feltrinelli, l’editore-terrorista fece anche altri errori da dilettante allo sbaraglio.

Utilizzò come innesco un “timer, ottenuto con un orologio da polso”, marca Lucerna o Logan, invece di una semplice sveglia, come sarebbe stato logico “saldato ai contatti con lo stagno“. E, anche, il filamento di una minilampadina. “Infilare il filamento nella polvere nera sperando che non si rompa è una sfida alla sorte – ragiona Coppe. – Trasportare il manufatto determina un ulteriore rischio di interruzione del filamento“.
Eppure Feltrinelli avrebbe tranquillamente potuto acquistare un semplice e sicuro detonatore elettrico da chi gli aveva venduto l’esplosivo Nitrogel. Si torna al discorso di prima, la “libidine terroristica” di costruire ordigni complicati. Un aspetto che accomuna molti criminali autori di attentati esplosivi. Gli esempi non mancano nel saggio “Crimini Esplosivi”.

In tutto questo Feltrinelli commise altri due errori madornali, come ricostruisce Coppe nel suo libro. E se mai fosse rimasto vivo, l’editore-terrorista avrebbe douto accendere un cero gigante. Era praticamente impossibile che gli andasse bene.

“I detonatori elettrici hanno una microresistenza che, se sollecitata da una certa tensione, si arroventa, provocando l’accensione di una testina di materiale infiammabile a contatto con la carica esplosiva del detonatore – spiega Coppe. – La corrente può passare attraverso i fili elettrici oppure anche attraverso l’aria. I campi elettromagnetici sono indotti, nell’aria, da un temporale, da un vento forte e aria calda, dal passaggio di forti correnti elettriche in grandi conduttori, come i cavi dell’alta tensione“. Cioè proprio queli del traliccio sotto cui Feltrinelli stava incoscientemente montando l’ordigno già innescato.

Ma c’è di più.
“Un elemento peggiorativo per la propagazione dei campi elettromagnetici nell’atmosfera è rappresentato dall’umidità e dalla ionizzazione dell’aria: il 14 marzo l’aria era discretamente umida. Feltrinelli, quindi, si è esposto a un rischio anche solo avvicinandosi al traliccio“, ha ricostruito Coppe.

L’ultimo errore, in questo scenario, è stato quello della scelta dell’esplosivo. Feltrinelli, dice Coppe, “ha portato con sè l’esplosivo sbagliato“.
“Pur disponendo del Nitrogel (gel dinamite con il 25% di Nitroglicerina)” Feltrinelli, racconta Coppe, “ha voluto usare il Dinamon, (esplosivo polverulento con Tnt) che, contro i metalli è poco redditizio“.

Insomma, in definitiva, che Feltrinelli fosse un terrorista bombarolo, non c’è dubbio. Con buona pace della Fondazione intitolata a suo nome che ne celebra le gesta e mette in dubbio le cause della sua morte. Che, poi fosse anche capace…

 

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