Strage di Bologna, nuovi dubbi dopo l’esumazione. Quei resti sono della terrorista?

martedì 26 marzo 18:38 - di Paolo Lami
I periti della strage di Bologna, l'esplosivista Danilo Coppe e il medico legale, Stefano Buzzi

Si infittisce ancor di più il mistero sui resti attribuiti a Maria Fresu, la giovane mamma sarda di 24 anni, che sarebbe l’unica vittima della strage di Bologna  “disintegrata” dall’esplosione della valigia piazzata all’interno della sala d’aspetto di seconda classe della stazione quel 2 agosto 1980. Una “disintegrazione” che, a parere degli esperti, tecnicamente non sta in piedi. E che potrebbe essere funzionale a nascondere la presenza di una 86esima vittima, forse la terrorista che trasportava quella valigia esplosiva.

Il giorno dopo l’esumazione dei resti attribuiti a Maria Fresu presso il cimitero toscano di Montespertoli – esumazione disertata dall’Associazione parenti delle vittime  della strage di Bologna che non ha inviato nessun proprio consulente tecnico – disposta dalla Corte d’Assise di Bologna di fronte alla quale si sta celebrando l’ennesimo processo per la strage, questa volta contro l’ex-Nar, Gilberto Cavallini, sono molti i conti che non tornano tanto da rendersi, a questo punto, indispensabile l’esame del Dna per allontanare definitivamente i sospetti che vi sia stato, in passato, un inquinamento delle prove.

Le due bare e la sparizione del contenitore in vetro contenente formaldeide

Una delle sorelle di Maria Fresu aveva detto alla polizia giudiziaria di aver ricevuto, all’epoca, una cassetta contenente i resti – un lembo facciale custodito in un barattolo di vetro – e di averla consegnata, così com’era, agli addetti delle onoranze funebri chiedendo loro di metterla nella bara della figlia di Maria, Angela, tre anni, deceduta anch’essa – ma per schiacciamento – nell’esplosione della strage di Bologna.

I periti incaricati dalla Corte di Assise di Bologna che si sono recati ieri al cimitero di Montespertoli convinti di trovare il contenitore in vetro con i resti di Maria Fresu sotto formaldeide custoditi nella bara della bimba hanno lì scoperto, con grande sorpresa, che, in realtà c’era un’altra bara con il nome di Maria Fresu, nel fornetto accanto a quello della figlia. E, per questo, la bara della piccola Angela non è stata neanche aperta.

Nella bara di Maria Fresu non c’era né la cassetta consegnata dall’Obitorio di Bologna ai familiari né il contenitore in vetro con la formaldeide ma i resti attribuiti arbitrariamente alla donna erano stati riversati direttamente su un cuscino.

I resti trovati non combaciano con quanto scritto nella vecchia perizia Pappalardo

Il materiale esumato, diviso in quattro sacchetti sigillati, è stato preso in consegna dal colonnello dei carabinieri Adolfo Gregori, Comandante della Sezione Chimica Esplosivi ed Infiammabili del Ris di Roma e sarà esaminato nei prossimi giorni, probabilmente intorno a metà aprile, per cercare eventuali tracce di esplosivo.

Da un primo esame, tuttavia, ciò che è stato trovato dai periti – fra gli altri l’esplosivista geominerario Danilo Coppe docente di Analisi chimiche forensi per l’Università di Bologna coadiuvato dal medico legale parmense Stefano Buzzi, docente all’Università di Parma – è totalmente diverso da ciò che è stato descritto nella vecchia, contestatissima, perizia scritta dal medico legale Giuseppe Pappalardo, lo specialista che attribuiva i resti a Maria Fresu sulla base della cosiddetta “secrezione paradossa“, una tesi, priva di qualsiasi valenza scientifica e contestata integralmente dalla comunità medica, che tentava di spiegare così il motivo per cui il gruppo sanguigno A, identificato da Pappalardo nei resti organici, era differente da quello – gruppo sanguigno Zero – della giovane mamma sarda deceduta.

Identico gruppo sanguigno Zero che avevano anche il padre, la madre di Maria Fresu e sette fra fratelli e sorelle.
Com’è possibile?
Cosa è stato messo in quella bara visto che il gruppo sanguigno trovato non coincide? Quei resti trovati ieri nel corso della riesumazione appartengono effettivamente a Maria Fresu? I dubbi, a questo punto, sono molti. E l’analisi del Dna sembra essere l’unica strada percorribile per sgomberare definitivamente il campo dai sospetti che vi sia stato, in passato, un clamoroso inquinamento probatorio.

L’identificazione di Maria Fresu non coincide con quanto trovato nella bara

I parenti di Maria Fresu, il padre Salvatore e la sorella Giuseppina, che all’epoca aveva 23 anni, vennero convocati dalla polizia giudiziaria della Procura, il 18 agosto 1980, sedici giorni dopo la strage di Bologna, per il riconoscimento di quei resti – «un lembo di volto umano, glabro e con capelli lunghi, assieme ad un frammento osseo, corrispondente a un epifisi femorale» – trovati alla stazione felsinea e portati all’Obitorio il 3 agosto.

Il brigadiere Ceccarelli, incaricato, all’epoca, dai pm, riporta così, testualmente, nel processo verbale di sommarie informazioni, ciò che avrebbero dichiarato, concordando, il padre e la sorella di Maria Fresu: «Abbiamo esaminato i tegumenti del volto di donna mostratici e rileviamo la concordanza dei seguenti elementi: colore castano dell’iride dell’occhio residuo sinistro, sottigliezza delle labbra e corrispondenza delle linee del mento e della piega trasversale tra questi ed il labbro inferiore, sopracciglia sottili e depilate, colore castano dei capelli residui, compatibilità della forma del naso, a livello dei denti inferiori residui, posizione un po’ obliqua convergente superiormente degli incisivi centrali in modo tra loro rimane un piccolo spazio triangolare con l’apice rivolto verso l’alto».

La sorella Giuseppina avrebbe perfino detto a verbale che Maria Fresu ci teneva molto a prendersi cura delle proprie sopracciglia depilandole, cosa che aveva fatto proprio la sera prima di partire e trovarsi, poi,  coinvolta nella strage di Bologna.

Come si vede l’identificazione che sarebbe stata fatta dal padre e dalla sorella di Maria Fresu sulla base del reperto che sarebbe stato mostrato loro è molto precisa e sembra proprio che avvenga su un lembo facciale per buona parte integro: c’è l’occhio sinistro, colore castano, le labbra, il mento, le sopracciglia depilate, i capelli, il naso, i denti, gli incisivi centrali inferiori che divaricano…

Il problema è che quello che è stato trovato ieri nella bara di Maria Fresu al cimitero di Montespertoli nel corso dell’esumazione dai periti incaricati dalla Corte d’Assise di Bologna non corrisponde neanche lontanamente a questa particolareggiata descrizione, fatta dal brigadiere Ceccarelli della polizia giudiziaria in forza alla Procura di Bologna – del reperto se ne incaricò l’allora sostituto procuratore Luigi Persico – e certificata anche dal medico legale Giuseppe Pappalardo.

Le tecniche del Ris per trovare esplosivo utilizzate anche in Polonia

Chi ha visto il materiale estratto dalla bara di Maria Fresu parla di «un ammasso di sostanza organica» – quindi non un lembo facciale semi integro ma, semmai, «uno scalpo» con alcuni capelli. Nessun occhio sinistro, né labbra, mento, sopracciglia depilate, né il naso. E un solo dente. Oltre a una mano di piccole dimensioni con tre dita sottili e le unghie laccate. E’ la stessa mano di donna che fu trovata fra i detriti della stazione di Bologna trasportati ai Campi di Caprara attribuita a Maria Fresu?
Cosa hanno messo, dunque, in quella bara? Quelli sono davvero i resti di Maria Fresu così come li aveva descritti il brigadiere Ceccarelli e il medico legale Giuseppe Pappalardo? E dove è finito l’occhio sinistro? E l’altro dente?
«Se nella bara c’era un occhio avremmo dovuto trovarlo anche a distanza di 39 anni», assicura uno dei periti. Stessa cosa per il dente.

«Scopo delle analisi è quello di trovare i residui di esplosivo», aggiungono i periti senza nascondere tuttavia che, vista la differenza fra quanto trovato nella bara e quanto descritto nella precedente contestatissima perizia Pappalardo, sarebbe doveroso, a questo punto, approfondire definitivamente la questione dell’identità di quei resti attraverso l’esame del Dna che, all’epoca, non era tecnicamente possibile.

«Se c’è una parte dei capelli che si è preservata più delle altre, l’esplosivo sui capelli possiamo trovarlo», assicurano  fiduciosi i periti consapevoli che il Ris dei carabinieri ha sviluppato metodiche e tecniche all’avanguardia per trovare tracce di esplosivi sui cadaveri e, in particolare, su materiale organico già degradato, anche a decine di anni di distanza dai fatti.

Non è un caso che la Procura Generale polacca si sia affidata proprio al Ris di Roma per fare definitivamente luce su una delle stragi più oscure della Polonia, quella del 10 aprile 2010 quando l’aereo presidenziale TU154 M della Sily Powietrzne, l’aviazione militare polacca, sul quale viaggiava il presidente Lech Kaczynski e altre 88 passeggeri, fra cui vi era l’intero Stato Maggiore polacco, e sette membri dell’equipaggio si schiantò, in fase di atterraggio, a venti chilometri dalla città russa di Smolensk mentre si stava recando alle celebrazioni per il 70 anniversario della strage di Katyn. Non si salvò nessuno.

Il sospetto che si sta facendo strada ora in Polonia è che a Smolensk si sia trattato di un attentato. E ai carabinieri del Ris di Roma è stato chiesto dalla Procura Generale polacca di rilevare eventuali tracce di esplosivo sui corpi riesumati a 9 anni di distanza dalla tragedia.

Lo stesso tipo di analisi che si appresta a fare il Ris di Roma sui resti riesumati ieri a Montespertoli e attribuiti a Maria Fresu. Ammesso che quel materiale organico trovato nella bara appartenga, effettivamente, alla giovane mamma morta assieme alla piccola Angela. Se così non fosse bisognerà  aggiornare il numero delle vittime arrivando anche a mettere in discussione le sentenze pronunciate fino ad oggi sulla strage di Bologna. Perché l’86sima vittima non può che essere la terrorista che trasportava l’esplosivo.

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