Strage di Bologna, perizia Dna sulla donna riesumata. E se fosse il corpo della terrorista?

mercoledì 6 febbraio 22:41 - di Paolo Lami
Strage di Bologna

Sarà eseguito anche l’esame del Dna sulla parte del corpo – un lembo di guancia custodito in un barattolo di vetro posto all’interno della bara della piccola vittima Angela Fresu, 3 anni, seppellita nel cimitero di Montespertoli in Toscana – che apparterrebbe alla mamma della bimba, Maria Fresu, 23 anni, “disintegrata” dall’esplosione della bomba della strage di Bologna all’interno della sala d’aspetto di seconda classe della stazione quel 2 agosto 1980.

Su quel che resta del corpo di Maria Fresu che sarà riesumato nei prossimi giorni nell’ambito degli accertamenti per il nuovo processo sulla strage che è in corso a Bologna, verranno svolti, oltre all’analisi del Dna, anche alcuni esami chimico-esplosivistici.
Una svolta clamorosa quella del nuovo esame del Dna che potrebbe persino portare a rivedere l’intero impianto processuale.

Il libro “I segreti di Bologna – la verità sull’atto terroristico più grave della storia italiana“, un saggio sulla strage di Bologna scritto a quattro mani dall’avvocato romano Valerio Cutonilli, il ricercatore forse più rigoroso e preparato sul terrorismo e le stragi in Italia, e l’ex-giudice Rosario Priore che nella strage ha perso un parente, spiega molto bene il motivo per cui è così importante che ora venga eseguito anche l’esame del Dna oltre agli accertamenti chimico-esplosivistici su quei resti che, una perizia molto dubbia, sostiene appartengano a Maria Fresu: quel lembo di guancia potrebbe non essere della 23enne sarda che, assieme alla figlioletta Angela e a due amiche, Verdiana Bivona, 22 anni e Silvana Ancillotti, 23 anni, quella mattina attendeva di prendere il treno a Bologna per andare in vacanza ma potrebbe, invece, appartenere alla 86ema vittima della strage, magari una terrorista del gruppo di Carlos lo Sciacallo che stava trasportando la valigia con l’esplosivo. Come ipotizzò Francesco Cossiga che disse di averlo saputo dai carabinieri.

All’epoca dei primi accertamenti non esisteva, infatti, ancora la possibilità dell’esame del Dna e quel pezzo di faccia trovato fra i reperti organici venne attribuito arbitrariamente alla Fresu sulla base di una perizia piuttosto bizzarra che l’intera Comunità medico-scientifica contesta con fermezza in blocco e respinge sdegnata.

Venne infatti effettuata la campionatura del gruppo sanguigno di quel lembo di faccia trovato sul luogo della strage di Bologna e, poiché era un gruppo A e non corrispondeva a quello di Maria Fresu, che era zero – «lo avevano accertato i medici dell’ospedale in cui era nata la piccola Angela», ricordano Cutonilli e Priore nel proprio saggio – il perito sostenne una tesi incredibile e, cioè, che si era creata una cosiddetta “secrezione paradossa” la quale aveva modificato il gruppo sanguigno. E, per questo, decise di attribuire il reperto a Maria Fresu.

La cosa fece non poco scalpore perché non poggiava su alcuna base scientifica. E si aggiunse alle altre numerose stranezze sulla vicenda di Maria Fresu e sulla strage di Bologna.

Anche perché la singolare e inspiegabile questione della “scomparsa” della mamma 23enne della quale non si trova che un lembo di faccia non collimava neanche con molti altri elementi.
Se Maria Fresu è inspiegabilmente scomparsa, «tra le macerie – scrivono Cutonilli e Priore – viene ritrovato persino il documento d’identità, assieme alla valigia e a una giacchetta». Praticamente integri.
Com’è possibile?

A complicare il puzzle c’è il racconto dell’unica sopravvissuta fra le 4, Silvana Ancillotti: «Mi ricordo tutto. Tutto. Eravamo sedute tutte assieme. Maria no, era in piedi lì accanto. Mi ricordo il boato. Un grande boato. Ho chiamato Verdiana. Non mi ha risposto. Sono svenuta. Poi mi sono risvegliata sotto le macerie. E ho visto Verdiana e la bambina, Angela. Erano di spalle. Non si muovevano. Verdiana forse aveva provato a proteggerla con il suo corpo. Maria non c’era più. Ho strillato, ho chiamato i soccorsi. “Aiutate le mie amiche…”».

Le tre ragazze e la bimba erano vicine fra loro, una accanto all’altra, ad oltre cinque metri di distanza dalla valigia che esplode. Silvana, come detto, sopravvive, seppure ferita. Verdiana e la piccola Angela muoiono ma non per l’effetto esplosivo dell’ordigno quanto, piuttosto, per le fratture provocate dal crollo di una parte della stazione che collassa su di loro.

Maria Fresu, invece, scompare. Resta solo quel lembo di viso che verrà poi custodito nell’obitorio dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bologna e, quindi, seppellito, all’interno di una teca di vetro, sotto formalina o alcool, nella bara della piccola Angela Fresu.
Se i periti lo troveranno sotto formalina, all’interno della bara della piccola Angela, qusnfo riesumeranno le salme potranno procedere all’esame chimico-esplosivistico, altrimenti l’alcool potrebbe essere, nel frattempo, evaporato. E rendere difficile l’esame esplosivistico che potrebbe confermare quanto già trovato alcuni mesi fa su un cartellone pubblicitario dell’Ente del Turismo di Bologna che quel 2 agosto si trovava nella sala d’attesa devastata dall’esplosione.

Altre vittime della strage di Bologna, che erano molto più vicine alla valigia deflagrata di quanto fossero Maria Fresu, la figlioletta e le due amiche, restano sì uccise ma non disintegrate. I loro corpi sono sostanzialmente integri. L’unica che scompare, praticamente polverizzata, a parte quel lembo di faccia, è Maria Fresu che si trova più lontano. Tecnicamente e scientificamente inspiegabile.

«I consulenti hanno accertato che non tutte le vittime sono decedute per gli effetti diretti della detonazione – rivelano Cutonilli e Priore nel loro saggio sulla strage di Bologna – Se i cadaveri delle vittime collocate nell’area mortale sono rimasti sostanzialmente integri, com’è possibile che a disintegrarsi sia stata invece una donna (Maria Fresu,  ndr) posizionata in una zona ancora più lontana dal luogo dell’esplosione?».

Una domanda ovvia che non ha risposte plausibili. A parte una: e se qualcuno si fosse preoccupato, subito dopo l’esplosione, nel caos della tragedia, mentre le ambulanze andavano e venivano, di far sparire il corpo di una vittima, una donna?
E perché avrebbe dovuto fare una cosa del genere?

All’epoca era in vigore il cosiddetto Lodo Moro, un accordo segreto, scoperto recentemente, fra il terrorismo internazionale, e l’Italia secondo il quale i terroristi, in particolare quelli legati o collegati a Carlos, potevano transitare sul territorio italiano, anche trasportando armi ed esplosivi, ma non dovevano fare attentati nel nostro Paese. In genere entravano dal confine del Monte Bianco, attraversavano trasversalmente il nostro Paese e uscivano dall’Italia alle frontiere orientali diretti verso i paesi dell’Est dove venivano riforniti di armi ed esplosivi. E, poi, una volta caricato il tutto, facevano il percorso inverso, sempre protetti da quella trattativa indicibile fra lo Stato e il suo nemico.

Quel compromesso delicatissimo e instabile ogni tanto, provocava incidenti “diplomatici” e l’arresto, incidentale, di alcuni terroristi che trasportavano armi ed esplosivi.

E se, appunto, quel giorno, a Bologna, una terrorista stesse trasportando l’esplosivo secondo la logica del Lodo Moro?
Una strage come quella di Bologna avrebbe fatto saltare il complicato equilibrio del patto.
La sparizione del corpo, integro, di Maria Fresu poteva servire proprio a questo. A far quadrare i conti dei morti. E a far sparire la terrorista.

Dell’eventuale terrorista che trasportava la valigia sarebbe potuto anche rimanere qualcosa lì, in mezzo ai detriti e, nel caso, sarebbe stato attribuito comunque alla Fresu. Come quel lembo di faccia forzosamente affibbiato alla 23enne sarda attraverso il teorema della “secrezione paradossa“.
Quel giorno Maria Fresu era lì, accanto alle sue amiche, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, questo è certo.
E se, dunque, ora si scoprisse che i morti sono 86 compresa la terrorista e non più 85?
L’esame del Dna su quel lembo di faccia ora potrebbe svelare l’arcano. E mettere in crisi tutte le sentenze pronunciate fino ad oggi ed i processi finora celebrati puntando solo in una direzione.
Un’eventualità che l’Associazione parenti delle vittime guidata dall’ex-parlamentare del Pd Paolo Bolognesi, vede come il fumo negli occhi: «non so che utilità possa mai avere. Siccome su quella salma c’è l’ipotesi ispirata dal libro del giudice Priore ovvero che lì non c’è nessuno sepolto, che il cadavere non si è mai trovato, non vorrei che ne venissero fuori delle congetture che inquinino l’acqua del processo. Non so, speriamo che serva per quello che riguarda sia le analisi esplosivistiche che altre analisi che vogliono fare».

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