Il delitto di Serena Mollicone, il papà Guglielmo è morto senza avere giustizia e sapere la verità

lunedì 1 giugno 10:33 - di Andrea Migliavacca
Guglielmo Mollicone

Il delitto di Serena Mollicone è rimasto irrisolto; almeno per suo padre Guglielmo, spentosi allo scadere del diciannovesimo anno dal giorno della scomparsa di Serena, nel lontano 1 Giugno 2001. Ci sono delitti e ci sono persone che rimangono impressi nella memoria delle persone, anche se, con la vicenda o i protagonisti, non hanno mai avuto una relazione diretta. La storia di Serena Mollicone, raccontata dalle parole di suo papà, è una di quelle.

Sarà difficile, anche per chi è rimasto, giungere alla verità, la quale spesso lambisce solo in parte quella processuale. Poche certezze, tanti dubbi angoscianti, per un padre che ha cresciuto la figlia fino alla sua maggiore età e poi ha convissuto solo col suo ricordo per un tempo poco più lungo di quello trascorso assieme a lei; anni vorticosi i primi, interminabili e ossessionanti gli altri.

Per ogni genitore, sopravvivere a un figlio, dev’essere straziante. A lui, in particolare – misurato nelle espressioni, ma al contempo, per come l’abbiamo conosciuto, determinato e mai rassegnato nella ricerca della verità – non è stato concesso neppure di portare a compimento le esequie di Serena, per essere stato prelevato nel mezzo della cerimonia funebre: un gesto tanto inumano, quanto plateale. Il primo di tanti.

Anche il ritrovamento del cellulare della figlia, in un cassetto di casa, dopo una meticolosa perquisizione, aveva indotto a gettare ombre sinistre su di lui. Poi, l’arresto di un carrozziere, Carmine Belli, per un’impronta trovata sul nastro adesivo con cui è stata legata la vittima. Scarcerato dopo oltre un anno di detenzione e un periglioso iter giudiziario.

Infine, il suicidio di un brigadiere della Stazione Carabinieri di Arce, Santino Tuzi. Determinante la testimonianza del carrozziere che, interrogato a distanza di anni dalla sua assoluzione, ha raccontato l’abbraccio e le sentite scuse del carabiniere poi suicidatosi.

Una morte sospetta, anche questa, avvolta nel mistero, a causa forse dei depistaggi  e di protocolli, ancora oggi incongrui. La sua storia, e il dolore dei congiunti, in particolare della figlia – altra vittima collaterale – seppur sia passata in secondo piano, è giusto ricordarla, anche in questa occasione.

La svolta nelle indagini è stata segnata dalle indagini del RIS e in particolare dal contributo della dottoressa Cristina Cattaneo, noto anatomo-patologo; un meticoloso lavoro, in esito al quale sono state rinvenute sull’osso occipitale della povera ragazza, impercettibili scaglie di un materiale ligneo. Ulteriori approfondimenti hanno portato  indiscutibilmente a ricondurle ad un materiale adoperato, tra l’altro, per la realizzazione di infissi. Il caso ha voluto che una porta, infissa nei cardini di un locale della Stazione Carabinieri di Arce, presentasse spaccature, compatibili, per forma e collocazione, con l’urto di un cranio. Il sequestro e l’esame successivo ha denunciato la perfetta compatibilità, col trauma della ragazza.

Indizi o prove; speranze o illusioni? In 19 anni, purtroppo, Giuglielmo Mollicone non è riuscito ad ottenere giustizia. Un processo ancora pende e tra vizi di notifica, emergenze sanitarie ed altre amenità processuali è ancora alle battute iniziali. Chi rimane, attende, ancora fiducioso che la  Giustizia seppur lenta, sia inesorabile.

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