Il coronavirus colpisce di più gli uomini: tutta colpa di una proteina

lunedì 11 maggio 16:09 - di Redazione
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Coronavirus: nel sangue dei maschi circolano livelli più alti di Ace2. Ovvero la proteina che il virus Sars-CoV-2 utilizza come bersaglio per infettare le cellule sane. La prova arriva da un maxi studio condotto su migliaia di pazienti con scompenso cardiaco in 11 Paesi europei. Il lavoro, pubblicato sull’European Heart Journal, contribuisce a spiegare perché gli uomini hanno un rischio maggiore di ammalarsi di Covid-19 rispetto alle donne. Non solo. Dimostra anche che chi assume farmaci inibitori del sistema Raas (renina-angiotensina-aldosterone) non hanno concentrazioni più elevate di Ace2 nel sangue. Trattamenti che sono usati contro patologie come ipertensione, malattie cardiache e renali. E indicano che i pazienti in cura con questi medicinali non devono smettere di prenderli per paura di Covid.

Coronavirus e le terapie per l’ipertensione

Le persone a cui sono stati prescritti non dovrebbero dunque stopparli. Mentre la ricerca – che è stata realizzata prima della pandemia – non fornisce ancora prove definitive sugli effetti di queste terapie nei contagiati dal nuovo coronavirus. Anche se, afferma Adriaan Voors, professore di cardiologia allo University Medical Center (Umc) di Groningen nei Paesi Bassi, che ha guidato lo studio, «i nostri risultati non supportano la sospensione di questi farmaci». Nemmeno «nei pazienti Covid-19, come è stato suggerito da precedenti rapporti».

L’indagine sui marcatori sanguigni

Già prima che il nuovo virus diventasse pandemico, Voors e colleghi avevano iniziato a indagare su eventuali differenze di genere nei marcatori sanguigni. «Quando abbiamo scoperto che uno dei biomarker più importanti, Ace2, era molto più alto negli uomini che nelle donne ci siamo resi conto che questo poteva spiegare perché i maschi avessero probabilità maggiori di morire per Covid rispetto alle donne». Racconta Iziah Sama dell’Umc di Groningen, primo autore.

Misurate le concentrazioni della protezione bersaglio

I ricercatori hanno misurato le concentrazioni della proteina bersaglio di Sars-CoV2 nei campioni di sangue prelevati da due gruppi di pazienti con insufficienza cardiaca. Il primo gruppo (1.485 uomini e 537 donne, età media 69 anni per i maschi e 75 per le femmine) è stato presa come “coorte indice” per testare l’ipotesi di partenza. Il secondo (1.123 uomini e 575 donne, età media 74 e 76 anni rispettivamente) come “coorte di validazione”.

Coronavirus, i fattori clinici

Gli studiosi hanno considerato diversi fattori clinici potenzialmente in grado di condizionare i livelli di Ace 2 nel sangue – da alcune condizioni patologiche all’uso di farmaci Ace-inibitori, Arb (bloccanti del recettore per l’angiotensina) o Mra (antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi) – osservando che “il sesso maschile era il predittore più forte di elevate concentrazioni di Ace2”. Nella coorte indice gli Ace-inibitori, gli Arc e gli Mra non erano associati a maggiori concentrazioni plasmatiche della proteina; nella coorte di validazione Ace-inibitori e Arb erano associati a bassi livelli di Ace2. Mentre gli Mra erano debolmente associati a concentrazioni più elevate. Un dato, quest’ultimo, definito comunque “poco chiaro”.

La malattia cardiovascolare

«Per quanto ne sappiamo questo è il primo studio sostanziale che esamina l’associazione tra concentrazioni plasmatiche di Ace2 e uso di inibitori Raas. In pazienti con una malattia cardiovascolare». Lo afferma Voors in un editoriale di accompagnamento all’articolo, che sarà compreso anche in numero speciale su Covid e cardiopatie. L’articolo sarà pubblicato giovedì sull’European Heart Journal. Gavin Oudit della University of Alberta (Canada) e Marc Pfeffer della Harvard Medical School (Usa) scrivono: «Di fronte alla diffusione dell’epidemia, e in assenza di dati definitivi, i risultati di Sama e collegi ottenuti nei pazienti con insufficienza cardiaca nel periodo pre-Covid offrono prove a sostegno dell’opportunità di proseguire le cure con Ace-inibitori o Arb nei pazienti a rischio di infezione da Sars-CoV-2». Inoltre, aggiungono, «abbiamo due studi osservazionali sull’uso di questi medicinali in pazienti Covid-19 ospedalizzati, che non mostrano alcun rischio aumentato, anzi suggeriscono possibili benefici».

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