Coronavirus, oramai introvabile la macchina per i tamponi acquistata dal Veneto. E ora tutti la vogliono

lunedì 11 maggio 16:26 - di Redazione
CORONAVIRUS

Il macchinario per velocizzare l’analisi dei tamponi sul Coronavirus e risparmiare sui costi è diventato oramai introvabile.
L’unica Regioneitaliana che è riuscita ad accaparrarsela è il Veneto. Che si è mosso in tempi non sospetti e brevissimi. Fin da quando si è iniziato a capire che il problema dei tamponi sul Coronavirus non era legato ai tamponi, come aveva fato credere inizialmente il governo, ma ai reagenti. E, soprattutto, ai tempi necessari per le analisi. Con pochi laboratori attrezzati per scoprire il Coronavirus analizzando i tamponi.

La “super pipettatrice” ha permesso di far volare le analisi dei tamponi per la diagnosi del nuovo Coronavirus in Veneto. E ora tutti la vogliono, tutti la cercano.

Ma, prodotta in California, è, ormai, introvabile dopo “il blocco delle tecnologie, ritenute strategiche, voluto da Trump“. Che ha cercato, giustamente, di tutelare l’America alle prese con la pandemia da Coronavirus.

La macchina è diventata, insomma, “un mito che si autoalimenta”, racconta all’Adnkronos, Luciano Flor, direttore generale dell’azienda ospedaliera universitaria di Padova. L’unica che è riuscita ad acquistarlo.

“Funzionari, manager di ospedali di diverse Regioni da Nord a Sud hanno chiesto informazioni”, rivela Flor.
L’intuizione di poterla usare per eliminare il collo di bottiglia che rallenta il processo di analisi dei tamponi sul Coronavirus è nata proprio qui, a Padova, dal virologo Andrea Crisanti.

Erano i giorni più bui dell’epidemia di Coronavirus in Italia. “Ricordo di avergli chiesto: ma non c’è un modo rivoluzionario che ci permetta di fare più tamponi? Allora – dice Flor – ne processavamo 1.200-1.300. Lui ha chiesto in giro. Poi si è ricordato di questa macchina. Che era utilizzata per pipettare tutt’altro, non i virus, all’Imperial college di Londra“.

“L’idea mi ha convinto – prosegue il direttore generale dell’AoPd – e gli ho detto ‘fatti fare un preventivo’, che poi è arrivato venerdì 20 marzo. Lunedì 23 è partito l’ordine. Il 26 ce l’avevamo in ospedale”.

E’ stato, assicura Flor, “un colpo di fortuna. La macchina ci è arrivata dall’Olanda. Era una demo, nuova e perfettamente funzionante. Probabilmente non sarebbe andata così se avessimo dovuto aspettarla direttamente dalla fabbrica. Ora, che io sappia, nessuno riesce a comprarla. Abbiamo impiegato alcuni giorni, lavorando anche di sabato e di domenica, per la calibratura. E martedì o mercoledì della settimana successiva ha cominciato a funzionare”.

“La super macchina è solo una tappa – precisa Flor – Per ottenere il risultato di amplificare al massimo la potenza di analisi dei tamponi” sul Coronavirus “serve tutto intorno una poderosa organizzazione di laboratorio. Certo. Le stesse quantità garantite oggi da uno strumento che occupa 60 centimetri su un bancone avrebbero richiesto 20 metri lineari di macchine con tecnologie precedenti”.

Ma qual’è il vantaggio di utilizzare questa super macchina contro il Coronavirus? “Viaggiare al ritmo di 750 mila ‘pipettate’ in 24 ore”, calcola Flor.

La brochure che presenta la macchina esalta la sua capacità di “accelerare la vita della ricerca scientifica”. Nessun cenno ovviamente alla “dote” svelata dal Coronavirus.

La differenza la fa il modo in cui viene movimentato il liquido: con gli ultrasuoni.

“Siamo passati dal lavorare una piastra da 96 pozzetti in un’ora e mezza a una da 384 in 10-12 minuti”, usando anche minori quantità di reagenti. E “moltiplicando”, quindi, la quantità di test analizzabili con le scorte fatte.

“Con certe macchine automatizzate puoi arrivare a fare un migliaio di tamponi al giorno o poco più. E queste sono vincolate al loro specifico kit di reagente. Diverse ora sono ferme proprio perché c’è carenza, non si trovano i reagenti. Noi abbiamo ovviato al problema perché la macchina che abbiamo acquisito è una macchina aperta”.

E’, però, solo un pezzo della filiera del tampone sul Coronavirus.
“Tutto comincia con l’arrivo di borsoni pieni dei famosi bastoncini. Con i loro codici a barre registrati sulla piattaforma regionale. Il primo passaggio è inserire le provette in un estrattore per tirar fuori i pezzi di virus dal tampone. E metterli sulla piastra per la mitica macchina, che li mette a contatto col reagente“.

“Poi da qui – spiega Flor – si passa all’amplificatore, la terza macchina, che dice se il virus c’è o non c’è. Al momento coi nostri mezzi riusciamo a fare 5-6 mila tamponi al giorno. Con estrattori in grado di star dietro alla macchina si può realisticamente arrivare a circa 10-12 mila tamponi al giorno“.

Insomma, “in linea puramente teorica il massimo che si potrebbe toccare con questo passo avanti tecnologico è 25 mila tamponi in un tempo di 24 ore. Ma questo dato non considera tutti i tempi tecnici necessari”.

Vanno considerati, prosegue Flor, “il tempo che passa tra un’operazione e l’altra. Gli spostamenti, il personale e le attività che deve fare. La macchina riduce passaggi. Ma non elimina tutto quello che le ruota intorno. Nonostante il processo di trasferimento del dato da una macchina all’altra sia tutto informatizzato. E comunque anche per questo serve un’architettura di laboratorio”.

La spesa affrontata per velocizzare la catena dei tamponi a Padova “si aggira intorno ai 700-800 mila euro“.
E, in questo, la super macchina ha “pesato” per “304 mila euro iva compresa“.

Con il resto dell’investimento sono stati acquisiti nuovi estrattori e amplificatori (“arriveremo a breve a quota 5 estrattori in campo e 4 amplificatori”). E si è fatta scorta di reagenti. L’altro salto di qualità si è fatto sui reagenti.

“Trattandosi di una macchina aperta – dice Flor – non è ‘virus-dipendente’. Basta tararla sull’analisi che deve fare e va sempre con la sua ‘benzina’. Non c’è una scheda che vincola all’uso di uno specifico singolo kit reagente con il rischio che in tempi di carenza come quelli vissuti in pandemia si fermi tutto. Io so quindi che potrò usarla anche per altre analisi oltre che per Covid-19“.

Ora, conclude Flor, “quello che penso è che non servano centinaia o migliaia di queste macchine, ma un certo numero limitato di laboratori attrezzati e con le risorse umane adeguate e la tecnologia collaterale necessaria per sfruttare al meglio un macchinario simile”.
Altrimenti l’effetto sarebbe quello di una cattedrale nel deserto.

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