Coronavirus, su Facebook l’ira dei medici: “Ora basta! Così ci state mandando a morire, dateci le mascherine”

martedì 24 marzo 19:08 - di Roberto Frulli

Su Facebook si scatena l’ira dei medici per il modo in cui una certa classe politica italiana, il governo Conte, la Protezione Civile e i vertici di alcuni ospedali stanno gestendo l’emergenza Coronavirus in Italia.

Sono 90.000 i medici raccolti nella pagina Facebook privata “Coronavirus, Sars CoV-2 e Covid-19 gruppo per soli medici”.

Un esercito di operatori della Sanità, che, in questo momento, raccontano, in presa diretta, quello che sta succedendo negli ospedali italiani per il Coronavirus. E lo raccontano molto meglio dei numeri, pure spietati, che ieri parlavano di 4824 operatori sanitari, fra medici e infermieri contagiati dal Coronavirus.

Coronavirus, quasi 5.000 medici e infermieri contagiati

Una guerra che ha i suoi morti. Anche qui tanti, troppi quelli con il camice bianco caduti sotto il Coronavirus.

Medici richiamati dalla meritata pensione. Morti perché non adeguatamente protetti dallo Stato. Che si permette di offrire in qualche caso un umiliante e offensivo rimborso spese.

In prima linea ci sono anche gli specializzandi. Anche loro senza protezioni. O con protezioni inadeguate. Come i colleghi con più esperienza. Tutti mandati allo sbaraglio contro il Coronavirus. Da un governo di dilettanti.

A medici e infermieri contagiati niente tamponi

Storie indecenti e inaccettabili che si assomigliano terribilmente quelle finite sulla pagina Facebook privata “Coronavirus” dei 90.000 medici italiani.

Protesta, dietro la garanzia dell’anonimato, uno specializzando romano inviato in prima linea in un ospedale lombardo.

Così ci mandano in guerra senza armi. È una follia. Io lavoro da 4 giorni con la stessa mascherina chirurgica. Sto andando a cercare, a mie spese, una mascherina adeguata. Ma è inutile perché fra qualche giorno bisognerà gettarla. È il ricambio non c’e“.

Rivela di una collega che aveva qualche linea di febbre e influenza. È stata mandata a casa per 14 giorni. Poi è stata richiamata senza che nessuno le facesse il tampone.

È stata rimessa sulla prima linea del Coronavirus con protezioni inadeguate.

L’urologo protesta: minacciato di licenziamento. Ora è contagiato

Qualche giorno fa la dottoressa è venuta a contatto con un paziente in ospedale che è risultato positivo al Coronavirus ed è stato ricoverato. E lei, il medico, è stata rimandata a casa. Senza tampone.

Poi c’è la storia, più che vergognosa, di Domenico Pone, urologo, comandato al Pronto soccorso dell’Ospedale di Aosta, Umberto “Parini”.

Pone aveva protestato pubblicamente per l’inadeguatezza delle mascherine consegnate dalla Protezione Civile alla Lombardia. Stracci da spolvero. Come gli Sniffy che le casalinghe utilizzano per raccogliere la polvere in casa. Una specie di “mutanda” da mettere in faccia.

“Sono semplici fazzoletti. Così ci condannate a morte” aveva protestato il dottor Pone in un video su Facebook diventato subito virale.

Il direttore sanitario lo aveva redarguito minacciando di sospenderlo. E spiegando che lui non lavorava in un reparto a rischio.

Il professionista era stato costretto a scusarsi con l’azienda.

Ora il dottor Domenico Pone è ricoverato. È stato contagiato dal Coronavirus. Come temeva. E va ad allungare la lista dei 5.000 medici sacrificati dallo Stato e spediti in prima linea nella guerra contro il Coronavirus.

I medici non ci stanno più a sentirsi definire eroi. E, poi, ad essere mandati al macello. Senza protezioni. Usati come carne da cannone contro il Coronavirus.

Monta la rabbia su Facebook. E c’è chi parla di incrociare le braccia.

Commenti

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  • Elena 24 marzo 2020

    Un governo di incapaci, inetti, del tutto inadeguati a gestire un’emergenza. Bisogna denunciarli, per tutti i ritardi nel prendere provvedimenti e di conseguenza, per tutti i morti provocati
    Hanno dichiarato lo stato di emergenza il 31 gennaio, e hanno continuato a fare finta che nulla fosse, peraltro accusando chi osava sollevare qualche obiezione, fino alla fine di febbraio. Responsabili della diffusione incontrollata dell’epidemia

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