La moschea di Roma? Più che un luogo di culto oggi sembra una filiale delle ong…

mercoledì 10 luglio 14:08 - di Antonio Pannullo

Più che un luogo di culto sembra una filiale delle ong. La più grande moschea d’Europa, quella di Roma, sta attraversano un periodo difficile, a dire poco. In realtà è proprio nella confusione più totale. Lo riporta in un articolo molto informato il sito ofcs.report, che racconta i bilanci non presentati, lotte interne i potere, assemblee non convocate, lavori di manutenzione non eseguiti e soprattutto il presidente, l’ex deputato Pd Khalid Chaouki, contestato ai fedeli per le sue scelte politiche. Ma andiamo con ordine: nel 1974, quando ancora non c’era il politicamente corretto ossessivo dell’inclusione, il comune di Roma donò a questo scopo un vasto appezzamento di terreno, 30mila metri quadri,  proprio nel quartiere Parioli: erano i tempi di Clelio Darida, il sindaco Dc di centrosinistra, ma la prima pietra fu posta solo dieci anni dopo, quando c’era il comunista Ugo Vetere. La moschea fu voluta e quindi finanziata da re Feysal d’Arabia Saudita e l’incarico fu affidato a Paolo Portoghesi. Nel 1995 fu inaugurata alla presenza dell’allora presidente Sandro Pertini. Allora purtroppo la destra non aveva la forza necessaria per opporsi a questo inutile e pericoloso progetto, e quindi il centro islamico si realizzò, con i soldi di alcuni Paese arabi. Oggi è troppo tardi, perché il progetto dell’invasione islamica dell’Italia è si è già concretizzato.

I conti della moschea sono nel caos

Tornando alla situazione amministrativa della moschea, basti dire che si rischia il commissariamento da parte del Viminale, e probabilmente sarebbe la cosa più giusta. Secondo l’articolo citato, il famoso Piano strategico 2017-2021 per il centro islamico d’Italia è rimasto praticamente inattuato, e la pretesa gestione trasparente della struttura non è mai iniziata. Tutti i buoni propositi per rimettere in carreggiata la moschea di Roma sono naufragati, malgrado i cospicui finanziamenti arrivati dall’estero. A due anni dal varo del Piano, le uniche cose fatte nella moschea gestita di fatto dal Pd sono tutte orientate a favorire l’immigrazione, meglio se clandestina, con iniziative a nostro avviso di chiaro stampo anti italiano. Come quell’iniziativa di giugno scorso, una cosiddetta rassegna internazionale di “arte” contemporaneo, intitolata ovviamente Mater mediterranea, in cui era esposta una statua della Madonna avvolta nella coperta isotermica che abbiamo imparato a conoscere dai clandestini “salvati” dalle ong insieme con i loro telefonini di ultima generazione, che stranamente nei feroci campi di concentramento libici, tra una tortura e l’altra, le guardie non hanno pensato a sequestrare. Intorno alla Madonna dei giubbotti di salvataggio. E purtroppo, sulla locandina dell’evento, tra gli altri, appare anche il logo della Regione Lazio e del Mibac, il ministero per i Beni e le attività culturali. QUanto ai bilanci, manco a parlarne: nel 2018 non è stato presentato e nel 2019 chissà cosa accadrà. Il piano auspicato dal Pd Marco Minniti, nel 2017 ministro dell’Interno, per evitare il commissariamento della moschea, sembra fallito. Come è fallito il goffo tentativo di creare un equilibrio tra italiani e muslmani con la imposizione di Chaouki come presidente.

Il commissariamento dela moschea è la scelta più giusta

Scrive infatti il sito ofcs.report: “Non esiste un sito web dove siano indicati i nomi dei soci e del Cda; nei due anni trascorsi non si sono tenute le assemblee generali dei soci per eleggere le cariche direttive; dal 2017, con il nuovo corso, la grande moschea matura una presidenza “italiana”, non più designata tra gli ambasciatori di Stati esteri (l’Arabia Saudita per anni avuto la presidenza del luogo di culto), ma continua ad avere da più di 20 anni un segretario generale con passaporto diplomatico e che dunque risponderebbe al ministero degli Affari religiosi del Regno del Marocco. Queste, e altre considerazioni, contribuiscono a gettare un’ombra sul centro islamico che, stando a quanto scritto nella relazione al rendiconto finanziario 2015 e 2016, ha ricevuto nel 2014 finanziamenti pari a 334.000,00 dall’Arabia Saudita, 15.000,00 dagli Emirati Arabi. Mentre 23mila euro sono arrivati dalle iscrizioni ai corsi (quali siano non è specificato nel rendiconto), 22mila dai contributi Halal (quelli che vengono dalle certificazioni degli alimenti ), e altri 31mila da “contributi Ramadan”. Per un totale di 426.345,09 mila euro di entrate, con un disavanzo di 19.951,86. Nel 2015, invece, i finanziamenti presenti nel rendiconto sono solo quelli relativi al Marocco che avrebbe versato nelle casse della grande moschea contributi per 211.037, 37. E tra corsi, contributi Halal, Ramadan e programma di beneficenza, si arriva a un totale di entrate pari a 277.941,00 con un disavanzo di 35.325,94. Per i due anni a seguire, invece, non si conoscono ancora le cifre perchè i bilanci non sono stati presentati. Forse qualcosa potrebbe muoversi nei prossimi giorni, intanto la situazione è questa”. Inoltre il recente viaggio di Chaouki in Libia a incontrare il premier-fantoccio della Libia Fayez al Serraj, che non controlla neanche Tripoli, ha irritato gli egiziani che frequentano la moschea, che parteggiano per Khalifa Haftar, sostenuto appunto dal governo del Cairo. Ricordiamo che al Serraj, primo ministro non rappresentativo di nessuno, fu imposto all’Italia dalla Ue e della Francia, e che il defunto governo Gentiloni si affrettò a riconoscere per non incorrere nelle ire di Bruxelles.

Insomma, al punto in cui stanno le cose, il governo italiano ha il diritto-dovere di verificare cosa accade nella moschea di Roma, e di valutare il suo commissariamento e la sua eventuale chiussura qualora si riveli compromessa con personaggi sospetti del terrorismo islamico internazionale.

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