Chiuso il capitolo delle elezioni, apriamo quello debito pubblico. Con idee chiare

martedì 28 maggio 11:27 - di Enea Franza

Finita la sbornia elettorale si dovrà tornare ad affrontare le questioni del Paese e, tra queste, il primo posto spetta, da anni a questa parte, al debito pubblico. ll debito delle amministrazioni pubbliche (più semplicemente debito pubblico) è rappresentato dall’esposizione di uno Stato (e di altri enti pubblici) nei confronti di soggetti economici nazionali o esteri che possono essere individui, imprese, banche o stati esteri, ecc.

I dati sul debito pubblico

Dal Bollettino Statistico mensile elaborato da Bankitalia, pubblicato i primi giorni di maggio, si apprende che a marzo 2019 il debito pubblico si è ridotto a poco meno di 2.359 miliardi di euro, in miglioramento rispetto ai 2.363 miliardi del mese precedente, ma comunque, un ennesimo dato negativo rispetto al 2018; nella sostanza può dirsi che il debito, anziché ridursi, aumenta. Ciò premesso, vediamo di rispondere a una semplice, ma a nostro modo di vedere fondamentale, domanda che riassumerei in: “perché, da anni e nonostante le tante politiche economiche messe in campo, il debito pubblico continua ad aumentare?“ Bene, prima di indagare sulle ragioni della crescita del debito, vediamo un attimo di verificare gli strumenti che lo Stato può mettere in campo per far fronte al deficit pubblico, ovvero, a spese pubbliche superiori alle entrate pubbliche. Nella sostanza, possiamo distinguere: Stati con moneta non sovrana (come il nostro Paese che aderisce alla Unione Monetaria) che per finanziare il deficit emettono titoli di stato su cui pagano interessi e, stati con sovranità monetaria, che hanno (sostanzialmente) un’arma in più, ovvero, possono “battere” moneta, utilizzando anche la leva inflazionistica.

Il deficit annuale e le nuove emissioni

Tralasciamo ad un’altra successiva analisi le problematiche connesse al finanziamento con base monetaria, per limitarci al caso, ove, l’eventuale deficit annuale (ovvero quota d’interessi sui debiti in corso e spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi al netto delle tasse) sarà pagato con nuove emissioni. Nella sostanza, ipotizziamo che per pagare i debiti aggiungiamo ai titoli vecchi non ancora scaduti, titoli nuovi. Questi, direi naturalmente, caricheranno sulle uscite dell’anno successivo nuovi costi per interessi passivi. Per inciso, il costo del finanziamento di questi nuovi titoli dipenderà evidentemente dalle condizioni di mercato, per cui se, ad esempio, i tassi sono in crescita, indebitarsi costerà di più; viceversa, nel caso in cui tassi sono in discesa, il nuovo debito costerà di meno. L’osservazione fatta ci riporta all’influenza sul costo dell’indebitamento di uno spread in aumento. Infatti, lo spread ci dice, nel caso dei titoli di Stato, la differenza di rendimento con i Bund emessi dalla Germania (Bundesanleihe) che vista la solidità e la forza dell’economia tedesca sono presi ad esempio di investimento sicuro (praticamente a zero rischio). Se questo aumenta, vuol dire che si sta pagando di più per una “percezione” di rischio maggiore.

L’equazione dinamica del debito pubblico

Seguendo le indicazioni date, ora è possibile costruire una formula complessiva che metta in relazione il debito residuo con le varie componenti della spesa pubblica e della tassazione. In economia, si parla di “equazione dinamica del debito pubblico”, che altro non è che un modo per misurare il debito pubblico e, quindi, il suo esatto costo ad un dato momento. Nella sostanza, la formula ci dice una cosa intuitivamente abbastanza ovvia e cioè che se contraiamo un debito pluriennale ogni anno e fino alla scadenza occorrerà pagare gli interessi e rimborsare (quota parte) il debito contratto. Insomma, una situazione non molto diversa da quella che sperimentano migliaia di cittadini quando si indebitano con una banca. Semplificando, si può anche immaginare che il debito pubblico possa essere rinnovato in modo indefinito tutto alla scadenza dei 10 anni, ed in tal modo, a pesare sul bilancio non c’è la quota di capitale da restituire ma solo l’interesse; ma noi non consideriamo tale ipotesi che, se pur suggestiva, non cambia in definitiva di molto i termini della questione.

Quota di interessi e quota capitale

Per comprenderci meglio facciamo, come mia abitudine, un esempio che, mi auguro abbastanza semplice. Supponiamo di avere avuto nel 2017 una calamità che ha colpito il Paese causando gravi perdite ed a cui lo Stato ha inteso rispondere senza aumentare il prelievo fiscale. Supponiamo che tale spesa straordinaria ammonti a 10 euro e che, per trovare i fondi necessari, venga contratto un debito di pari importo. Si preveda un rimborso del prestito in 10 anni (a partire dal 2018) e a rate costanti di 1 euro l’anno e si, infine, supponga che gli interessi siano a tasso fisso, poniamo del 10% annuo. Ciò significa che a carico dei bilanci pubblici dal 2018 (e per tutti gli anni successivi fino alla restituzione del prestito) andranno stanziati in bilancio 1 euro, oltre gli interessi sul residuo, pari ad 1 euro nel 2018, 0,9 euro nel 2019, 0,8 euro nel 2020 e cosi via. Dunque, seguendo l’ipotesi fatta sopra, supponendo invariata rispetto al 2017 la spesa pubblica ed il prelievo fiscale, ci troveremo ciascun anno da affrontare un deficit pari proprio alla quota d’interessi, oltre che la quota di capitale. Come lo finanziamo? Come dicevamo prima, se non interveniamo dirottando parte della spesa pubblica per beni e servizi, ovvero, aumentiamo le tasse destinandole al pagamento dei debiti (interessi e capitale) non resta che fare nuovo debito, attraverso una nuova emissione di importo pari a coprire il deficit. Ma allora, già dal primo anno, in definitiva, al debito in circolo (nel 2018 ricordiamolo di 9 euro) si dovrà aggiungere altro debito per 2 euro (e successivi relativi interessi).

Quella terribile zavorra…

Una ulteriore considerazione. Evidentemente questo nuovo debito sarà offerto al prezzo di mercato. Se, per esempio, il debitore percepisse che anche per il 2019 il paese in questione ricorrerà a nuovi prestiti per finanziarsi, è lecito attendersi un aumento del prezzo (tasso d’interesse); sembrerebbe evidente, infatti, che il sentiero verso cui si è incamminato lo Stato indebitato sia quello della crescita continua del proprio debito. Insomma, penso sia definitivamente chiaro come ogni politica economica finanziata col debito non sia gratuita, ma abbia l’effetto di appesantire i bilanci pubblici futuri con maggiori interessi e che l’unico modo sano di affrontare il debito stia nella riduzione degli acquisti della pubblica amministrazione, ovvero, nell’incremento del prelievo fiscale. Ecco, spero, almeno in parte di aver spiegato come il debito accumulato rappresenti di per se stesso una zavorra terribile e del perché lo spread sia cosi importante. Se non si interviene, infatti, come visto ad ogni nuovo finanziamento si aggiunge un ulteriore costo che sarà pagato sempre più profumatamente. In effetti domandiamoci, e conclusivamente, dareste il vostro denaro ad un paese indebitato e, se si, non chiedereste per caso più garanzie, ovvero, pretendereste di essere pagati di più per il rischio che vi state accollando? Certamente l’analisi proposta potrebbe essere condita da tantissime osservazioni sulle conseguenze/inutilità di una politica economica che contrae il reddito, con una miope e continua riduzione della spesa pubblica o un aumento della pressione fiscale; ma lo scopo delle riflessioni fatte è un altro. Più semplice: far comprendere come nulla in economia sia gratuito e di come politici e cittadini devono essere, in primo luogo, educati agli elementi dell’economia. Leggi, oserei dire, alle quali nessuno potrà sottrarsi.

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