L'analisi di Pedrizzi
L’allarme lanciato dalla Meloni è giustificato: il tradimento del Trattato Europeo è nei fatti
All’Assemblea di Confindustria di qualche giorno fa il Primo ministro Meloni aveva definito la UE “un gigante burocratico” condizionato da “approcci ideologici e tecnocratici”… “inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali”. Le crisi “ci hanno mostrato quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo, a quello di piattaforma commerciale”… “noi chiediamo che l’Europa faccia meno e lo faccia meglio”… “bisogna fare molto di più per disboscare la giungla normativa che in questi decenni si è stratificata” aggiungendo: “Se noi oggi non aiutiamo le famiglie e le imprese a superare l’impatto di una crisi che è significativa, rischiamo che domani non ci sia più niente da difendere”.
Ancora una volta, perciò, si presenta la situazione che aveva paventato il professor Giuseppe Guarino oltre 10 anni fa: da una parte c’è chi chiede di poter lavorare e di incentivare la crescita e lo sviluppo delle economie nazionali, dall’altra c’è chi frena e continua a muoversi secondo schemi ideologici e quindi astratti e lontani dalla realtà.
In una intervista immaginaria del 2013 rilasciata dall’ex Ministro delle Finanze, dell’Industria, Commercio e Artigianato e delle Partecipazioni Statali, sul tema “Salvare l’Euro, salvare l’Europa”, ricordava che: “il Trattato garantiva una “crescita sostenibile”, non inflazionistica e che rispetti l’ambiente, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra Stati membri” (art. 3 TUE) e che: “Realizzare i promessi effetti della crescita sostenibile, sia propria che dell’Unione, sarebbe stato compito dei Paesi membri”, sottolineando in particolare che: “L’architettura generale dell’Unione prevedeva che ogni Stato membro avesse una propria politica economica. Obiettivo delle politiche economiche di ciascuno degli Stati doveva essere la crescita, in assenza della quale non si sarebbe prodotta la “crescita sostenibile” promessa dal Trattato. Le politiche economiche degli Stati avrebbero concorso a quella dell’Unione”. Poi il reg. 1466/97 ha imposto un bilancio prossimo al pareggio o in attivo. Il che equivale ad un indebitamento nell’anno pari allo 0%. Nessuno avrebbe immaginato che la Commissione, la cui principale missione consiste nel vigilare sulla approvazione dei Trattati (art. 155TUE) li violava nello stesso momento in cui ne proponeva l’approvazione. Quanto al Trattato internazionale Fiscal Compact, esso stesso dichiara di volersi applicare solo nei limiti in cui si conformi ai Trattati europei. La macchina originaria si è cosi “sconquassata” che anche il più abile dei meccanici non potrebbe rimetterla in sesto. D’altra parte le condizioni planetarie nei venti anni trascorsi sono profondamente cambiate. Occorre di nuovo affidarsi a grandi architetti perché progettino una macchina innovativa ed efficace, che sia adatta alle nuove condizioni del mondo attuale.
E’ una proposta questa campata in aria? Non mi sembra, perché questa che poteva apparire un’utopia del vecchio professore costituzionalista Guarino ha trovato conferma, nei giorni scorsi, durante il Festival dell’economia, a Trento, dalle considerazioni e dalle proposte che sono venute dall’ex Ministro dell’Economia Giovanni Tria che ha detto molto perentoriamente che: “Se non si cambiano i trattati europei non andiamo da nessuna parte”. A cui si è unito Paolo Boccardelli, economista e rettore dell’Università Luiss Guido Carli che praticamente ha sposato la tesi di Guarino, secondo cui è più probabile quindi pensare a un’integrazione a diverse velocità “con un gruppo di paesi con visioni comuni con i quali costruire un’area integrata”. Confortati entrambi gli economisti dal professor Diego Rossano, dell’Università di Napoli Parthenope che ha osservato che la condivisione del debito dal punto di vista strutturale è impossibile senza la revisione del Trattato, altrimenti ci si ritrova in una situazione da mito di Sisifo: “Spingiamo in alto il masso sulla montagna senza riuscire a completare lo sforzo” l’ultima spinta la può dare solo la volontà politica. A tutti questi economisti si è aggiunto Fabrizio Messina che addirittura ha incitato a “lottare contro il Trattato, immaginare che il safe asset sia considerato al di fuori del perimetro dell’aiuto di Stato”.
*ex senatore di An