Bologna, tenta di avvelenare la moglie: il pm rivede la sua posizione e chiede il rinvio a giudizio

martedì 5 marzo 13:07 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

in tema di violenza alle donne, la giustizia bolognese non produce solo sentenze dalle motivazioni almeno apparentemente bizzarre e tali da scatenare polemiche in tutta Italia. Nell’agosto, proprio da queste colonne, fu denunciata la richiesta di archiviazione, per altro respinta dal gip competente, a favore di un uomo di 54 anni che, carte alla mano, sembrava aver tentato di assassinare la moglie, 50 anni, tramite un micidiale mix di psico-farmaci. Per altro, nell’estate scorsa, l’ipotesi accusatoria che, secondo la Procura sarebbe stata da archiviare, era quella di “induzione in stato d’incoscienza”, un reato minore previsto dal Codice penale e che viene punito, di norma, con un anno di reclusione (cinque al massimo, nei casi più gravi). Ebbene, va dato atto ad Antonello Gustapane – il pubblico ministero incaricato del caso e che è anche uno dei tre rappresentanti dell’accusa nel processo a carico di Gilberto Cavallini -, dopo aver condotto una nuova indagine, certamente più puntigliosa e approfondita, di aver diametralmente cambiato impostazione, indirizzandosi ora a chiedere il rinvio a giudizio, cambiando anche il capo d’imputazione. Coloro che frequentano le aule di giustizia, sanno quanto sia cosa di non poco conto, un pubblico ministero capace di mettere momentaneamente da parte il suo personale “orgoglio investigativo”, pur di condurre un’inchiesta nei giusti binari tracciati dagli indizi. Dunque, l’uomo dovrà adesso difendersi dall’accusa di tentato omicidio, ipotizzato per fini economici, dopo che le nuove indagini hanno appurato che, in un qualche momento compreso tra la notte del 25 aprile 2017 e il mattino successivo, sua mogli ingerì un quantitativo spropositato di benzoadipine e triciclici disciolti in un succo di frutta, cadendo in uno stato comatoso che non si concluse con la morte della donna solo per il fortuito e tempestivo intervento della madre della signora. Le nuove indagini, oltre a qualificare meglio il mix di medicinali che avrebbe potuto uccidere la donna, hanno portato alla scoperta di nuovi indizi che hanno contribuito certamente a ribaltare l’iniziale impostazione, a partire dalla strana relazione che l’indagato aveva e ha con un’altra donna e da un telefono la cui esistenza era sconosciuta alla coniuge. Adesso, con la notifica del fine indagini e la riqualificazione del capo d’imputazione, l’uomo avrà 20 giorni di tempo per produrre materiale a discarico che gli consentano – ma appare alquanto improbabile – di evitare il rinvio a giudizio e il conseguente processo.

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