“Tre passi nel genio”: Federico Fellini tra fumetto, circo e varietà

giovedì 24 gennaio 16:11 - di Rocco Familiari

La bibliografia su Fellini è sterminata. A parte gli addetti ai lavori, che hanno dedicato al suo “genio” una miriade di studi nel tentativo di scoprire, e descrivere, i segreti della sua arte, chiunque abbia avuto modo di lavorare con lui, di frequentarlo, o anche solo di conoscerlo, ha sentito il bisogno di raccontarlo, di riversare sulla pagina o sulla pellicola i ricordi, le impressioni, meglio l’“esperienza” dell’incontro con il grande regista, dato che la personalità di Fellini, la “magia” della sua personalità, era tale da toccare, spesso modificare nel profondo, coloro che hanno avuto un tale privilegio. Gli attori, prima di tutto, il gruppo di fedelissimi e tutti gli altri, ma anche i musicisti, gli scenografi, i costumisti, fino al più modesto, ma non meno importante nella complessa macchina del cinema, attrezzista o rumorista. 

Ottavio Cirio Zanetti, data la giovane età, non è fra questi, ma è riuscito, coniugando il rigore dello studioso e la passione del cinefilo, attraverso una ricerca su tre filoni – sempre citati, ma mai esplorati abbastanza – del “mondo di visione” felliniano, a chiarire alcuni aspetti del “mestiere” di Fellini, con la stessa freschezza di chi ha avuto anni di frequentazione con lui. Nel suo “Tre passi nel genio – Fellini tra fumetto, circo e varietà”, appena edito da Marsilio, Cirio Zanetti definisce, con l’ausilio di fonti dirette (scritti di Fellini) e indirette (interviste ad alcuni dei suoi attori e collaboratori), il background culturale, figurativo, emozionale, da cui germinano i capolavori del cinema felliniano. Lo fa con grande padronanza di mezzi, ma anche con estrema discrezione, con pudore, direi, limitandosi a delle osservazioni quasi lasciate cadere con noncuranza a margine delle altrui testimonianze, che però, proprio per la loro essenzialità, acquistano una rilevanza notevole.

È noto che gli esordi di Fellini sono come disegnatore satirico, ghostwrighter per attori di varietà (Fabrizi e Macario fra gli altri) e scrittore di brevi racconti un po’ surreali. Ebbene, merito non secondario dell’accurata ricerca di Cirio Zanetti è quello di aver messo a fuoco l’importanza che questi esordi, e più in generale il mondo del fumetto e del varietà, hanno avuto nella formazione del regista e quanto abbiano poi condizionato, non solo i contenuti, ma anche la particolare forma “aperta” dei suoi capolavori. Discorso a parte il rapporto col circo, da sempre per Fellini realtà parallela, di gran lunga più reale, nella sua apparente assurdità e casualità, del contesto ordinato in cui gli uomini normalmente operano, agiscono, vivono e muoiono. Caratteristica che emerge con prepotenza dal ritratto sfaccettato che l’autore di “Tre passi nel genio” disegna, è l’inesistenza di un confine netto fra quello che Fellini ricorda e quello che, nel ricordare, inventa. Non nella misura “normale” in cui tutti noi lo facciamo – i ricordi non sono fissi, ma fluttuanti e si modificano con noi – ma in una misura totalizzante. Fellini, come testimoniano del resto le interviste contenute nel volume, era un grande fabulatore, non esattamente un bugiardo, ma un… inventore di realtà altrettanto plausibili di quelle definite comunemente tali. E lo faceva non soltanto nei suoi film, con il linguaggio visivo assolutamente peculiare e inimitabile, quello per cui è stato coniato l’aggettivo che lo faceva inorgoglire (“Felliniano… Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo” – in questa affermazione vi è tutto Fellini), ma anche nei racconti, nelle conversazioni, con un linguaggio verbale che colpiva gli interlocutori per la estrema precisione e la grande raffinatezza, che contraddiceva la pretesa naiveté – solo una civetteria – con cui confessava di non aver mai visto i classici del cinema, né Eisenstejn, né Bergman o Dreyer.  

Certo, la sua forma espressiva prescindeva, o meglio ostentava di prescindere, da modelli canonici, appartenessero alla decima musa o a una delle altre nove, a differenza di Visconti, il quale richiamava nei suoi film tutta la traduzione culturale europea, figurativa, letteraria e musicale. E Claudia Cardinale, nella sua testimonianza, mette bene in luce questa differenza di fondo fra i due grandi registi con i quali si trovò a lavorare contemporaneamente, l’uno, Visconti, ancorato rigorosamente a moduli teatrali, l’altro, Fellini, svincolato da qualsiasi modulo, finanche da quello apparentemente meno coercitivo, la fantasia del circo, che pure è immanente nei suoi film, ma che utilizzava come uno strumento, al pari dei ricordi o delle suggestioni.

Merito non secondario della ricerca di Cirio Zanetti aver sfatato alcuni luoghi comuni, la “visionarietà” ad esempio, nutrita di sogni, influenzata dalla lettura di Jung o dalla frequentazione di “stregoni” come Roll. E’ Ferretti, in una delle interviste del volume a contestare tale assunto. Emerge invece, la visione del cinema come “Wortondrama”, opera d’arte totale e totalizzante, da costruire “artificialmente” in studio affinché appaia, per paradosso, vera e non verosimile (il Rex  in “Amarcord”, la laguna di Venezia fatta di stoffa del “Casanova”). Un cinema che prende forma quasi casualmente, come un prodotto della natura (assimilabile all’architettura “organica” di Wright): niente sceneggiatura, niente copioni, gli attori costretti a “recitare” semplicemente dei numeri, che  successivamente, in fase di montaggio, sarebbero stati sostituiti dalle battute scritte da Fellini, o dagli sceneggiatori, o inventate lì per lì dagli stessi attori. 

Estremamente interessante l’intervista a Piovani, dalla quale emerge un Fellini talmente sensibile alla musica, da considerarla addirittura “pericolosa”, anche se rimaneva un elemento imprescindibile del suo modo di fare cinema, quella di Nino Rota prima, e dello stesso Piovani dopo la scomparsa del primo.

Lavoro agile e prezioso questo di Ottavio Cirio Zanetti che, malgrado l’obiettivo apparentemente circoscritto, riesce a far emergere, in tutta la sua complessità, la poetica felliniana. Si deve a Fromentin (al quale bisognerebbe rendere giustizia, dato che la sua definizione è continuamente saccheggiata, senza pagargli le dovute royalties…) la più efficace definizione (senz’altro la più icastica) della pittura: “rende visibile l’invisibile”. E quale migliore epigrafe per il cinema di Fellini?

Ottavio Cirio Zanetti

TRE PASSI NEL GENIO

Fellini tra fumetto, circo e varietà

Prefazione di Nicola Piovani

MARSILIO, pagg. 136, E. 15,00

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