Grande Guerra, milioni di uomini sacrificati alla miopia dei vertici militari (anche italiani)

giovedì 3 gennaio 14:26 - di giancarlo cremonini

È da poco passato il centenario della fine della Grande Guerra e, dopo le celebrazioni di rito e il doveroso ricordo dei Caduti, appare giusto e opportuno spendere due parole su quello che è stato il primo conflitto veramente globale nella storia del genere umano. Innanzitutto va ricordato che la Prima Guerra Mondiale, sebbene non sia stata il conflitto più sanguinoso in assoluto, è certamente stato quello che ha visto le più alti perdite percentuali fra le unità militari impiegate nelle operazioni belliche. Sul fronte occidentale ogni offensiva faceva registrate perdite medie del trenta o quaranta per cento mentre in alcune occasioni, come durante la tremenda battaglia di Verdun, alcune unità vennero letteralmente annientate con un numero di caduti, feriti e dispersi che poteva raggiungere il settanta per cento. Percentuali, queste, assolutamente non replicate durante la Seconda Guerra Mondiale tranne che, forse, per la Battaglia di Stalingrado. Il motivo di tale altissima mortalità fra le truppe va ricondotta essenzialmente alla prevalenza delle armi difensive (mitragliatrice, filo spinato e artiglieria) su quelle offensive e alla cronica ottusità delle alte gerarchie militari incapaci di adattare le tattiche alla mutata realtà del campo di battaglia. All’inizio del diciannovesimo secolo i soldati avevano in dotazione fucili ad avancarica a pietra focaia e polvere nera che sparavano un colpo al minuto e avevano una gittata utile di cinquanta metri. Già poche decine di anni dopo, durante la Guerra Civile americana, erano in servizio armi a ripetizione come il fucile Henry, in grado di sparare anche venti colpi al minuto mentre altri fucili, come lo Sharp, sebbene più lenti erano in gradi di colpire con precisione a centinaia di metri di distanza. Questa rapida evoluzione tecnologica ebbe i suoi effetti in battaglie come quella di Gettysburg dove i ripetuti attacchi frontali della fanteria si schiantarono contro un muro di pallottole che causò una spaventosa carneficina. Ma gli alti comandi militari non trassero i giusti insegnamenti da quanto avvenuto sui campi di battaglia della Virginia e della Georgia.

Il punto di svolta si ebbe con l’invenzione della mitragliatrice Maxim. Quest’arma, raffreddata ad acqua, poteva sparare senza interruzioni,  a un ritmo di fuoco di seicento colpi al minuto con una gittata utile di ottocento metri. Una sola Maxim sparava tanti colpi quanto seicento soldati dei tempi di Napoleone con una precisione e una gittata molto ma molto maggiori. I primi effetti di questa nuova arma si videro chiaramente durante la guerra Russo-Giapponese. I nipponici lanciarono più e più volte la loro fanteria all’assalto delle posizioni fortificate di Port Arthur in estremo oriente, difese da trincee, filo spinato e mitragliatrici. Le perdite furono terrificanti. I giapponesi alla fine presero Port  Arthur ma a un prezzo insopportabile. In questa occasione gli osservatori militari avrebbero dovuto trarre delle utili lezioni e, soprattutto, avrebbero dovuto comprendere che la fanteria lanciata all’attacco frontale di posizioni fortificate semplicemente sarebbe stata  massacrata. E, invece, si giunse al 1914 con ancora in mente le tattiche napoleoniche e gli assalti all’arma bianca con sciabola e trombettieri. Nel primo anno di guerra i Francesi restarono fedeli alla loro dottrina dell’attacco a tutti i costi. Durante la battaglia delle frontiere il risultato fu che in un solo giorno fecero uccidere quarantamila soldati in inutili attacchi frontali. I francesi erano talmente ottusi che i loro uomini avevano pantaloni rossi, cosa che li rendeva perfettamente visibili anche a grande distanza mentre i tedeschi avevano uiformi in feld grau che si confondevano con il terreno. Inoltre disdegnavano talmente la difensiva che impedivano ai loro soldati di scavare trincee perché, secondo loro, la trincea diminuiva lo spirito offensivo. A fine conflitto lo scotto pagato dalla Francia per la stupidità dei suoi comandanti sul campo fu drammatico. Più di un milione di morti su una popolazione di poco più di trenta milioni. A questo riguardo il film di Stanley Kubrick Orizzonti di Gloria ispirato alla disastrosa offensiva di Nivelle sullo Chemins des Dames è paradigmatico. Va detto, per inciso, che gli Inglesi non furono da meno in quanto in battaglie frontali come Loos e Somme riuscirono a far massacrare quantità industriali di uomini per ottenere avanzate di pochi chilometri. A questo proposito è rivelatrice la battuta che girava all’epoca sul Comandante supremo britannico Sir Douglas Haig che venne definito il più grande generale scozzese di tutti i tempi perché era quello che aveva fatto uccidere il maggior numero di Inglesi. La crudeltà di alcuni comandati britannici sul fronte occidentale era tale che, durante le varie inutili offensive, le unità che avevano subito poche perdite venivano ritenute codarde. In altri termini, per essere considerati buoni comandanti, bisognava far massacrare i propri uomini.

Ma anche noi italiani certo non brillammo per intelligenza e flessibilità tattica . Vanno ricordate le spallate di Cadorna, le undici Battaglie dell’Isonzo e battaglie che Podgora, Bainsizza e San Michele che furono autentici massacri per le unità impiegate che vennero sacrificate in inutili assalti frontali contro posizione fortificate in profondità ed imprendibili. Alla fine, nel 1917, il dominio delle armi difensive su quelle offensive iniziò a scricchiolare grazie alla invenzione del carro armato usato in massa per la prima volta nella battaglia di Cambrai. Ma il prezzo pagato dalla generazione perduta per la rigidità e il dogmatismo mentale dei vertici militari si calcola in milioni di uomini. Possiamo dire a pieno titolo che la Prima Guerra Mondiale è stato il conflitto dove la vita umana e dove il benessere degli uomini fu tenuto nella minore considerazione da parte dei comandi militari. Il risultato finale fu, per la Francia, un rifiuto mentale totale della guerra offensiva che spinse il Paese a costruire la linea Maginot. Per la Germania fu l’elaborazione della blitzkrieg che la porterà, nel 1939, sebbene inferiore in uomini e mezzi, a occupare tutto il continente in pochi mesi. La lezione finale che possiamo trarre dalla tragedia immensa della prima guerra mondiale è che sono le strategie a doversi adattare alla tecnologia bellica e non contrario. Se si pretende di fare il contrario il disastro è inevitabile.

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