16 anni senza Giorgio Gaber. Quelle “torte in faccia” alla sinistra… (video)

giovedì 3 gennaio 14:39 - di Gloria Sabatini

Sedici anni senza il Signor G. Tanti ne sono passati dalla morte di Giorgio Gaber e la sua assenza dalle scene si sente eccome, perché lo straordinario artista milanese ha dato la scossa a tutti noi. Ed è difficile farne a meno.

Su di lui critici e colleghi hanno riversato valanghe di parole. Esegesi forzate per strattonarlo di qua o di là, coccodrilli un po’ scontati ma anche ritratti commossi e ricordi sussurrati. Pensieri in libertà. Hanno scritto del suo naso, adunco ed enorme, da esibire come un modernissimo Cirano. Hanno scritto delle sue mani nodose, a evocare radici antiche e moderne nevrosi. Hanno scritto della sua eleganza, della sua balorda fisicità, del suo pessimismo soave, della sua sincerità disarmante. Della sua raffinata ironia, del suo carismo teatrale, della sua potente energia, tutta nervi e intelligenza. E della sua intolleranza per i polli di allevamento. Della sua singolare parabola artistica da Torpedo blu a Io non mi sento italiano. Del gran rifiuto del piccolo schermo, del suo Teatro canzone. Unico e irripetibile. Della svolta, delle svolte, del pessimo rapporto con la politica («Lo Stato, peggio che da noi solo in Uganda»), dei suoi sessant’anni festeggiati al Lirico di Milano: teatro nel teatro, a sorpresa, chiaroscuri e pochi amici, la regia della moglie Ombretta Colli e dalla figlia Dalia.

È morto il “vate dei cani sciolti”, ha detto qualcuno quando il Signor G se n’è andato. Vate, non proprio. Impegnato? Certo. L’artista engagé per eccellenza, dicono. E giù a limare etichette, a coniare aggettivi non convenzionali, molti dei quali lo farebbero beffardamente sorridere. Era uno incapace di non schierarsi, che le mandava a dire a tutti con quel suo modo unico di stare sul palco. Ma non aveva la presunzione di guidare nessuno. Anche la sua delusione per la sinistra non è mai urlata e per questo è ancora più autentica. Quanta pena per i Nanni Moretti di via Nazionale. E per i Martina, i Renzi, le Boschi… I Minniti un po’ meno. E quanta tenerezza per chi vorrebbe chiudere in un recinto la sua insofferenza, la sua inquietudine, i suoi versi corsari – mai banali – contro la mediocrità, la piccineria, l’evasione collettiva, la fuga inebetita, il dogma del mercato. Forse si farebbe meglio a far parlare lui. Anzi, vederlo. Riacciuffare con la memoria una serata a teatro, per chi ha avuto la fortuna di esserci. Mettere su il primo video che capita, va bene uno qualsiasi di quelli che inondano i social. Mollare gli ormeggi e guardarlo, così, senza retropensieri. Per “far finta di essere sani”. Il Grigio ci ha catturato fin da subito. È lui a metterci in trappola. Ci ha stregati, ci ha condotti senza iattanza per i sentieri dell’uomo. Nudo, ridicolo. Idiota.

Un’idiozia conquistata a fatica. Ci ha fatto sorridere immedesimandoci nel torpore rallentato di Shampoo, ci ha fatto tremare all’idea di somigliare all‘Uomo che perde i pezzi, ci ha fatto venire i brividi ascoltando Qualcuno era comunista (abbiamo cambiato comunista con fascista, il risultato non cambia), ci ha fatto commuovere con l’Appartenenza (“non è un civile stare insieme, è avere gli altri dentro di sé”), ci ha fatto brindare con Barbera e Champagne, ci ha fatto inalberare con Io se fossi Dio, le br, la cancrena italiana, Aldo Moro, la Democrazia cristiana. Quelle torte in faccia alla sinistra, che gusto. Anche lui, come Pier Paolo Pasolini, un nume ingombrante, un compagno scomodo. Ma, quel che conta di più, ci ha fatto sentire vivi. Unici. Deboli. Soli, forse, ma insostituibili. Con la voglia di uscire e rimboccarsi le maniche per cambiare il mondo. Qualcuno scrive oggi su Facebook “uscivo dai suoi concerti e mi sentivo una merda. Sembrava che mi conoscesse da anni… soprattutto i mie vizi, le mie paure le mie meschinità. Mi faceva rabbia e poi infinita ammirazione”. Ci ha fatto riconoscere. Sì, proprio lui, l’anarcoide, l’individualista, il dio che fugge in campagna. Il pessimista. È la vita che pulsa nel suo teatro viscerale, tonico, turgido.

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