100 anni dopo, tutto è cambiato: oggi Don Sturzo non fonderebbe un partito cattolico

lunedì 21 gennaio 12:43 - di Mario Bozzi Sentieri

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Grande spazio è stato dato ai cento anni trascorsi dalla nascita del Partito Popolare, fondato il 18 gennaio 1919, a Roma, grazie all’iniziativa di Don Sturzo, con il  suo appello “ai liberi e forti”. Il mondo cattolico si dava quella dimensione partitica, negata per decenni dopo  il “Non éxpedit” (non conviene),  pronunciato dalla Santa Sede che aveva dichiarato  inaccettabile per i credenti italiani partecipare alle elezioni politiche. L’intuizione di Don Sturzo, avvallata da Papa Benedetto XV, che aveva, da poco, abolito il divieto, fu oggettivamente vincente. Di lì a poco il Partito Popolare si sarebbe presentato alle elezioni, ottenendo 100 deputati su 508. Fin qui la storia. Il centenario, al di là della “rievocazione”,  è stato però anche l’occasione per ripensare il ruolo del mondo cattolico, orfano, dopo gli anni dell’egemonia democristiana, di un proprio contenitore partitico.

Da Don Sturzo al nuovo popolarismo 

Oggi c’è spazio per un nuovo “popolarismo”? Cambiano i tempi. Cambiano i contesti. È cambiata soprattutto  – bisogna prenderne atto – la Chiesa Cattolica, spiritualmente egemone nel 1919 e fino agli Sessanta del Novecento. Oggi la situazione è ben diversa se sono veri i dati secondo cui solo il 15% della popolazione italiana è costituita da cattolici praticanti, peraltro divisi tra loro. Gli stessi orientamenti sociali  del mondo cattolico appaiono ben lontani dalla visione sturziana. A prevalere – come peraltro denunciava lo stesso Don Sturzo, durante gli Anni Cinquanta – sono state certe tendenze “stataliste” ben lontane da quell’  “organicismo sociale” delle origini che aveva nella famiglia, nei corpi intermedi e nelle comunità territoriali i suoi punti di forza. 

L’Appello ai liberi e forti

«Ad uno Stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere  organico e ogni attività civica e individuale – si può leggere nell’Appello ai liberi e forti – vogliamo sul terreno  costituzionale sostituire uno Stato veramente popolare, che riconosca i  limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi  naturali – la famiglia, le classi, i Comuni – che rispetti la  personalità individuale e incoraggi le iniziative private. E perché lo Stato sia la più sincera espressione del volere popolare, domandiamo la  riforma dell’Istituto Parlamentare sulla base della rappresentanza  proporzionale, non escluso il voto delle donne, e il Senato elettivo,  come rappresentanza direttiva degli organismi nazionali, accademici, amministrativi e sindacali: vogliamo la riforma della burocrazia e degli  ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione, invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli Enti Provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali».

La dottrina sociale del primo Novecento

Un Don Sturzo “corporativo” e partecipativo ? Non sembri un’eresia. Nella prima metà del Novecento la dottrina sociale cattolica a questo si ispirava, declinazione coerente – sulla scia del pensiero di Giuseppe Toniolo – di  morale, politica ed economia.  Con  il Vaticano II a tenere i campo venne una vaga idea di “socializzazione” ed un generico solidarismo, che ancora oggi va per la maggiore. Troppo poco per le visioni di un cattolicesimo, che – come scriverà Don Sturzo, nel dopoguerra – doveva sfidare le tre “male bestie” della partitocrazia, dello statalismo e dell’abuso del denaro, ed invece, con la Democrazia Cristiana, ne divenne  complice e  vittima. 

Il fronte valoriale

La  Storia non si fa con in “se”. Visti i risultati difficilmente, però,  oggi, Don Sturzo rilancerebbe la sfida del partito cattolico. Più che alla politica, forse, guarderebbe alla metapolitica, cioè alla necessità di battersi su un fronte valoriale intorno a cui fare crescere una nuova consapevolezza nazionale. È – in fondo – questa la vera sfida del domani, in un Paese confusamente alla ricerca di sé stesso che, oggi come ieri, deve tornare ad interrogarsi sulle questioni “di principio” e su queste costruire una nuova Politica.

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