Pazienza “scagiona” Fioravanti e Mambro: «Se il Sismi li avesse usati…»

martedì 7 Agosto 15:25 - di
strage di bologna

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

in un processo dove ci si appresta, dopo la pausa estiva, ad ascoltare la testimonianza di chiunque, più o meno, a questo punto diventa difficile comprendere come sia possibile escludere un’audizione di Francesco Pazienza, il faccendiere ed ex-agente del Sismi che, per la strage alla Stazione, fu condannato per depistaggio assieme al Generale Pietro Musumeci. Da tempo – come abbiamo già riferito, per altro – Pazienza chiede ai giudici di Bologna di essere ascoltato; ha anche inviato un plico di documenti, per sostanziare la sua richiesta. Certo, l’uomo ha un suo interesse specifico, quello di cancellare la macchia di essere stato il depistatore – o lo “impistatore”, come sostengono da sempre le difese dei condannati per quel delitto esecrando – delle prime indagini sulla strage, ma, al di là di questo sua intenzione più o meno malcelata, resta una narrazione degli eventi a dir poco differente da quella “ufficiale”. Pazienza, infatti, in un’intervista al sito “Fanpage.it” – intervista che viene presentata come la prima di una serie di puntate, almeno due -, non solo dà per scontato che i “servizi” – seppur non lui – abbiano avuto un ruolo nella vicenda, ma esclude che lo stesso Sismi si possa essere avvalso di Francesca Membro e Valerio Fioravanti per compiere l’attentato. In altre parole, “scagiona” i Nar dalla responsabilità diretta per Bologna. Allora, chi è stato? «Non lo so, non lo so, non lo so», ripete tre volte all’intervistatrice che gli chiede se sa chi, se non i Nar, abbia compiuto lo strage, ma ripete: «Normalmente nei servizi segreti, quelli seri, funziona in questa maniera: molte volte si usano delle persone. Si eliminano, dopo…». Non sembra una boutade, quella di Pazienza, tanto che “Fanpage.it” la arricchisce con un “fuorionda” dello scorso 30 aprile, in cui diceva ancora: «…allora io uso un ragazzetto. Dopo una settimana, lo elimino perché se io ho usato quella persona, chiaramente so dove trovarla in qualsiasi momento; non solo lo elimino, ma dico che bravo ho eliminato un terrorista che ha fatto la strage di Bologna». Allora, perché il depistaggio o “impistaggio” organizzato da Giuseppe Santovito? Pazienza qui diventa un poco criptico, anche se solo apparentemente: secondo lui, Santovito avrebbe agito dopo aver incontrato – non una, bensì due volte – Cesare Romiti nel suo ufficio e l’amministratore delegato della Fiat – sempre secondo Pazienza – avrebbe avuto urgenza di preservare in ogni modo da qualsiasi eventuale sospetto Muhammar Gheddafi e la Libia, con cui erano in corso colossali affari in quegli inizi anni ’80. Dunque, salvo clamorosi colpi di scena nelle prossime puntate, quel che è dato di capire è che il “depistaggio-impistaggio” sia stata un’operazione “emergenziale” per prevenire eventuali indagini che puntassero l’occhio oltre il Mediterraneo. Verità, fanfaluche? Tutto può essere, ma di bugiardi patentati, nei processi per la strage e anche al nuovo dibattimento a carico di Gilberto Cavallini, se ne sono già ascoltati: perché non chiedere a Pazienza di ripetere ciò che dice di sapere solennemente, sotto giuramento, in aula? Per altro, che qualcosa di vero ci sia, nelle sue parole, è indirettamente confermato sempre da un episodio noto, ma mai sufficientemente valutato, sempre dell’estate 1980. Non appena cadde l’areo dai cieli di Ustica, una “rivendicazione” – opera anche quella certamente dei “servizi” italiani – attribuì la tragedia a un attentato che sarebbe dovuto essere di “marca neofascista” e compiuto in modalità suicida da Marco Affatigato, il quale non era certo estraneo, più che agli ambienti neofascisti, a quelli dei servizi segreti. Ebbene, cosa fece Marco Affatigato, che si trovava in Francia? Si fece immediatamente identificare dalla Polizia transalpina, al fine evidente non venire eliminato e fatto sparire, rendendo inverificabile e quindi “autentica” quella falsa rivendicazione. Insomma, Pazienza non sembra mentire sulle “modalità operative” dei “servizi segreti” di Santovito: forse, non mente anche su altro.

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