25 anni fa a Maastricht rinunciammo alla nostra sovranità

7 Feb 2017 15:18 - di Antonio Pannullo

Allora eravamo solo 12 Paesi membri di quella che si chiamava ancora Cee, Comunità economica europea. Quando firmammo a Maastricht, città dell’Olanda, l’omonimo Trattato che istituiva l’Unione Europea. Era un quarto di secolo fa, ma sembrano 200 anni. Oggi siamo 28 Paesi membri, le maglie si sono allargate, e i famosi cinque parametri che stabiliva il Trattato li rispettano in pochi. Quello che è certo, è che il Trattato ha rovinato l’Italia, che naturalmente ci ha messo del suo per rovinarsi, ma questo è un altro discorso. Entrato in vigore l’anno successivo, il Trattato stabiliva le regole politiche, economiche e sociali che un Paese doveva rispettare per poter essere ammesso in questo club esclusivo. Allora era esclusivo, ma nel corso degli anni ha perso il suo fascino, tanto che uno dei membri più importanti, se non il più importante, ha salutato e se ne è andato. E altri oggi ne vogliono seguire l’esempio, tranne la pavida Italia, che preferisce seguire i potenti anziché prendere in mano il proprio destino. Ma a parte questo, Maastricht imponeva cinque parametri rigidissimi da rispettare, sia per chi voleva entrare sia per chi rimaneva. Inutile dire che l’approvazione del Trattato avvenne dopo aspre discussioni: Francia e Germania ad esempio insistevano sul potenziamento dell’Ueo (Unione Europa occidentale), mentre Regno Unito e Olanda sostenevano che essendoci la Nato non c’era bisogno di nessun “braccio armato” dell’Unione. La Spagna da parte sua preferiva puntare più sullo sviluppo economico che su quello militare. Alla fine fu deciso di innalzare i cosiddetti tre pilastri (Comunità europee, politica estera e sicurezza, giustizia e affari interni) e di procedere spediti verso l’unione anche monetaria. Qui ci fu l’opposizione decisa di Londra, che chiese e ottenne di entrare nella Ue senza entrare nella moneta unica, ma evidentemente non si erano messi d’accordo tanto bene se poi c’è stata la Brexit. Alla fine si elaborò il Trattato: esso constava di 225 articoli nuovi (rispetto a quelli della Cee), 17 protocolli e 31 dichiarazioni. Come si vede fu il trionfo della burocrazia che ci avrebbe rovinato. Furono messe le basi per la Banca centrale europea e il Sistema europeo per le banche centrali, che avrebbero dovuto sovrintendere sulla famosa unione monetaria. Su questo c’erano due step: inizialmente gli Stati avrebbero conservato la loro moneta, pur legata ai tassi di riferimento del nascituro Euro; il secondo step prevedeva l’introduzione della moneta unica, ma a patto che i Paesi avessero rispettato rigorosamente i famigerati “cinque parametri di convergenza”, per citare l’incomprensibile linguaggio burocratichese di Bruxelles.

I famigerati parametri di Maastricht

Questi cinque parametri-capestro erano: rapporto tra deficit pubblico e Pil non superiore al 3%. Rapporto tra debito pubblico e Pil non superiore al 60% (Belgio e Italia furono esentati). Tasso d’inflazione non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi. Tasso d’interessea lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi. Permanenza negli ultimi 2 anni nello Sme senza fluttuazioni della moneta nazionale. Non occorreva essere John Maynard Keynes per capire che nel medio-lungo periodo questi parametri avrebbero depresso l’economia, soprattutto se fossero intervenuti fattori esterni negativi che, comunque, debbono essere messi nel conto. C’erano poi moltissime altre novità (tipo l’Europol, la sussidiarietà, la cittadinanza) che sarebbe lungo e noioso elencare. Il Trattato, farraginoso, oscuro, confuso e troppo complicato per funzionare, incontrò l’opposizione non tanto dei governi quanto dei popoli europei: tutti ricordiamo le grandi difficoltà nelle ratifiche. La Danimarca bocciò il Trattato, in Francia passò per miracolo. Peseta, sterlina e franco subirono una svalutazione e furono salvati solo dal massiccio intervento della Deutsche bank. Già si capiva cosa sarebbe successo e chi avrebbe comandato. Insomma, come previsto già negli anni Novanta, il limite del 3 per cento al deficit ha impedito al nostro Paese di sostenere e lanciare l’economia. Sì, perché l’Italia già con gli interessi passivi sul suo debito violava tale limite, e firmando si è condannata all’avanzo primario perpetuo e si inibiva la possibilità di attuare politiche economiche espansive. Ecco perché abbiamo ceduto la nostra sovranità. Ed è bastato uno choc economico internazionale a causare la attuale catastrofe. Le banche sui sono sentite in diritto di chiudere i rubinetti dei crediti, senza i quali si creano insolvenze e dunque sfiducia e dunque depressione economica. Solo lo Stato potrebbe fronteggiare la disoccupazione e combattere la sfiducia immettendo liquidità nel sistema, ma il Trattato non lo consente e dunque eccoci qui. Invece la Ue cosa ha fatto per combattere crisi e disoccupazione? Austerità. E una politica di massiccio prelievo fiscale, che secondo i cervelloni di Bruxelles dovrebbe far salire il gettito al punto da poi poter ridurre la pressione fiscale. E a questo punto, sempre secondo le teste d’uovo comunitarie, la fiducia risalirebbe e i cittadini sarebbero spinti al consumo. Di nuovo, non occorre essere Keynes per sapere e capire che i cittadini con meno soldi non consumano di più ma di meno, e non toccano loro risparmi nella speranza che lo Stato in futuro abbasserà le tasse. Così la domanda interna si è contratta e le banche hanno ridotto ulteriormente il credito in una spirale negativa senza fine. A questo punto anche i più europeisti delle destre nostrane dovrebbero capire che la sovranità ci deve essere restituita. Se così non sarà, Exitalia.

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