Turchia, nuove purghe staliniane di Erdogan: solo oggi cacciati in 50mila

2 Set 2016 14:37 - di

Proseguono le purghe staliniane di Erdogan dopo il tentato golpe ai suoi danni: un nuovo decreto dello stato d’emergenza in Turchia ha rimosso 7.669 agenti dalle forze di polizia per sospetti legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Nella lista dei nuovi epurati figurano anche 24 governatori centrali, 323 gendarmi e 2 ufficiali della guardia costiera. Dopo gli 8mila membri delle forze di sicurezza già cacciati oggi, con un altro decreto il governo ha deciso l’allontanamento di quasi 6 mila dipendenti statali per legami con la presunta rete golpista di Gulen. Si tratta di 1.519 lavoratori della Presidenza per gli affari religiosi (Diyanet), massima autorità islamica nel Paese, 2.018 dipendenti del ministero della Salute e 2.346 accademici del Consiglio per l’educazione superiore, che supervisiona le università. Poi ci sono anche 28.163 dipendenti del ministero dell’Educazione, per lo più insegnanti di scuole elementari e medie, tra i lavoratori statali licenziati oggi in una nuova ondata di maxi-purghe in Turchia, tutti per sospetti legami con Gulen.

La Turchia “libera” le carceri per fare spazio ai golpisti

Sono complessivamente 50.589 i dipendenti pubblici cacciati oggi con 3 nuovi decreti dello stato d’emergenza in Turchia. Si tratta in gran parte di insegnanti, professori universitari, imam e poliziotti. «L’operazione di pulizia continuerà», assicura su Twitter il vicepremier, Nurettin Canikli. Ovviamente, siccome tutti non c’entrano in carcere, con un ennesimo decreto dello stato d’emergenza, la Turchia ha rilasciato dalle sue prigioni 33.838 detenuti comuni, facendo spazio alle oltre 20 mila persone arrestate finora nell’inchiesta sul fallito golpe del 15 luglio scorso. Lo ha detto il ministro della Giustizia di Ankara, Bekir Bozdag. Infine, si apprende che il governo turco potrà commissariare i comuni in cui sindaco, vicesindaco o consiglieri comunali saranno sospesi con accuse di terrorismo. Lo prevede uno dei decreti dello stato d’emergenza pubblicati oggi. In precedenza, la norma era stata ritirata da un disegno di legge in discussione in Parlamento, per la dure proteste dell’opposizione, che temeva la rimozione d’imperio dei propri amministratori locali, specie nel sud-est a maggioranza curda.

 

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