Il voto palese sul Cavaliere figlio dell’ipocrisia impolitica del Pd

1 Nov 2013 12:44 - di Mario Landolfi

La decisione di adottare la modalità del voto palese per espellere Silvio Berlusconi dal Senato e dalla politica – almeno così spera il Pd che l’ha furiosamente caldeggiata – suona come conferma dell’incapacità della sinistra italiana di pensare e di agire politicamente. È difficile dare torto al Cavaliere quando definisce “autogol” l’accanimento con cui il partito di Epifani ha conteso ai grillini il “privilegio” di ordinare al plotone d’esecuzione di fare fuoco sul condannato. Eppure, se c’era in tutta questa tribolata ed ingarbugliata vicenda un aspetto da cui il Pd avrebbe dovuto guardarsi, era proprio quello di non offrire neppure la sensazione di voler trattare il voto sulla decadenza dell’indiscusso protagonista politico degli ultimi vent’anni come un tumore maligno, da estirpare il più rapidamente possibile. Ma queste sono considerazioni che esulano dal piatto armamentario espositivo del Pd tutto basato su concetti come “trasparenza”, leggeugualepertutti detta tutta d’un fiato o “i veri problemi del Paese sono altri”. Ma facciamo finta che siano davvero questi i capisaldi morali a base della loro decisione e prendiamoli per buoni.
Trasparenza: il contrario della libertà di coscienza è la coercizione e non la trasparenza. Giustificare in questo modo l’essersi schierati a favore del voto palese è operazione di mera ipocrisia. Lo scrutinio segreto – per chi sa che cosa significhi schiacciare un pulsante avendo come unico guardiano il proprio foro interno – serve a sottrarre il parlamentare al controllo del gruppo e quindi a garantirgli quella libertà di voto altrimenti compressa e compromessa. Proprio quel che probabilmente accadrà a breve nell’aula del Senato. Se la coercizione della coscienza di un parlamentare si chiama trasparenza, viva l’opacità.
Leggeugualepertutti: comodo paravento dietro cui si nasconde di chi ha perso persino l’orientamento e non sa neppure dove si trovi. È ovvio che la legge è uguale per tutti, ma se la Costituzione prevede un voto della Camera di appartenenza, vuol dire che vi è una guarentigia posta a presidio della funzione parlamentare che non può essere elusa con il goffo tentativo di derubricarla a privilegio riservato a Berlusconi. E poiché anche Berlusconi è stato registrato all’anagrafe come persona umana, i senatori dovrebbero esprimersi segretamente perché da sempre è segreto il voto sulle persone.
I veri problemi del Paese…: espellere come un fastidioso calcolo renale il leader di una parte maggioritaria della nazione, che per circa un decennio ha rappresentato il nostro governo nei consessi internazionali e che per un altro ha condotto l’opposizione in Parlamento e fuori guidando una coalizione votata da svariati milioni di italiani che cos’è, un nuovo gioco di società, una versione aggiornata del monopoli o una riedizione del piccolo chimico? Anche qui siamo alla fiera dell’ipocrisia ammantata di banalità.

La decadenza di Berlusconi, cioè la traumatica interruzione del suo cursus politico, non è bagattella. Privare milioni di connazionali dell’uomo che hanno scelto come leader, alle cui cure hanno affidato i loro destini, non è – al di là di ogni giudizio di valore – ordinaria amministrazione. Il Pd lo sa e per questo avrebbe preferito mettere la mordacchia alla vicenda. Operazione a dir poco proibitiva trattandosi del quattro volte premier Berlusconi. E questo spiega perché Epifani e compagni hanno finito per sfondare il muro del ridicolo tentando di spacciare la soppressione della libertà di coscienza come un insopprimibile problema di coscienza. Certo, pure il Pd ne ha una anche se, per mantenerla pulita, non la usa mai.

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