Marchionne, il nonno infoibato, l’Istria nel sangue: il dramma di una famiglia italiana

lunedì 23 luglio 13:12 - DI Augusta Cesari

C’è una complessa e drammatica vicenda familiare nel passato di Sergio Marchionne, poco nota e rivelata dal Giornale nel 2010, e che ora viene riproposta da Fausto Biloslavo in queste ore drammatiche in cui la vita del manger è appesa a un filo. Il  nonno infoibato dai partigiani di Tito, lo zio fucilato dai tedeschi, il papà carabiniere, che si innamora e sposa una giovane istriana. Non c’è solo l’orgoglio per le sue origini abruzzesi. C’è anche l’Istria e le sue ferite. Il Tricolore ricamato sui suoi maglioni neri, il dramma istriano, con l’esodo tragico, inscritto nel Dna della famiglia,  che queste vicende la portò a trasferirsi in Canada, dove Marchionne è cresciuto, ha studiato,  diventando uno dei più illuminati manager. C’è una bella intervista che Marchionne rilasciò alla Voce del popolo, giornale degli italiani rimasti in Istria, raccontando con tenerezza,  senza rancore, i lutti che colpirono la sua famiglia. Il titolo: «Marchionne, forte e sensibile come un istriano vero».

Marchionne, tratto ruvido, riservato, spiccio, non ha mai fatto menzione delle sue vicende familiari. «Suo nonno materno, Giacomo Zuccon, aveva un emporio a Carnizza, vicino a Pola. Il papà, Concezio Marchionne prestava servizio nella stazione dei carabinieri e proprio nel negozio di famiglia ha conosciuto Maria, la donna della sua vita», leggiamo. L’8 settembre 1943 si abbattè come un macigno. Il nonno non è mai stato fascista, eppure la furia partigiana a caccia dei «nemici del popolo» lo condannò all’orribile fine. «Il nonno di Sergio Marchionne viene infoibato anche se non ha mai portato la camicia nera massacrato nella foiba di Terli (Trlji), nel comune di Barbana. Suo figlio Giuseppe, rientrato a casa a piedi, dopo l’armistizio, inizia le ricerche, ma i tedeschi, che stanno riconquistando l’Istria lo fucilano come disertore. Nonno e zio perduti nella tragedia della seconda guerra mondiale. Il papà fortunatamente era stato trasferito in Slovenia e poi a Gorizia, che rimase l’ultimo baluardo contro l’avanzata dei partigiani jugoslavi.  Sopravvive alla guerra, seguito da  Maria, l’amore istriano, che «fugge e lo raggiunge seguita dalla sorella Anna, che si imbarca a Pola sul “Toscana” nel 1947, l’ultima nave degli esuli».

Poi il ritorno in Italia in anni  molto duri per gli esuli. I genitori di Marchionne si sposano e Sergio nasce a Chieti nel 1952. Siamo negli anni della propaganda furiosa comunista che bolla gli esuli come fascisti. L’aria è irrespirabile. «La zia Anna si trasferisce in Canada come tanti istriani costretti ad abbandonare le loro terre. La sorella Maria e suo marito alla fine la seguono per garantire un’istruzione migliore al figlio Sergio, che non dimenticherà mai l’Istria», leggiamo sul quotidiano. Dopo il racconto del Giornale, Marchionne partecipò nel 2012 a Torino, per la prima volta, al raduno degli esuli che ogni 10 febbraio ricordano la tragedia delle foibe. E scrisse  «parole di apprezzamento a esuli famosi come il dalmata Franco Luxardo», addirittura usando la carta intestata della Fiat group: «Una storia, come quella della sua famiglia, che parla di sofferenza e di sacrifici, ma soprattutto di tenacia e di rinascita è un esempio prezioso in un mondo spesso rassegnato all’inerzia».
Commenti

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  • enrico.pelilli@gmail.com 24 luglio 2018

    Sono di Torino, coetaneo di Sergio. La mia infanzia e giovinezza furono vissute nel mito della FIAT, la più grande fabbrica italiana, ove i dipendenti erano visti come persone speciali, qualsiasi ruolo ricoprissero.
    Poi arrivò al comando Gianni Agnelli!
    Poco raccomandabili i suoi trascorsi di latin lover viziato e snob, aduso a sniffare cocaina.
    Sotto di lui il lato finanziario prese il sopravvento su quello industriale.
    Il rapporto con gli uomini impegnati nella fabbrica fu di superiorità e distacco, preferendo, al duro lavoro della competizione industriale, le scorciatoie finanziariamente redditizie di una politica che, negli uomini del centrosinistra, trovò i personaggi corrotti disponibili alle elargizioni pubbliche in cambio del supporto mediatico che LA STAMPA potette garantire.
    Nella fabbrica si visse, per un decennio, del vantaggio tecnologico acquisito negli anni precedenti, ma gli investimenti nella ricerca furono ritenuti perlopiù inutili, rispetto ai vantaggi finanziari ricavabili dalla politica. L’esempio di questa mentalità del vivere alla giornata fu il Common rail,
    Il brevetto di proprietà FIAT, che avrebbe determinato l’evoluzione dei motori Diesel moderni, fu svenduto ai tedeschi, secondo il motto: meglio un uovo oggi che una gallina domani.
    La prospettiva dell’uomo era evidentemente quella di “realizzare il possibile” e abbandonare il paese nelle mani catto-comuniste., Fece di tutto per ingraziarsi la vituperata classe politica di allora a danno dei dipendenti più innamorati, di Torino e dell’intera Nazione.
    Quasi riuscì a vendere la FIAT, ormai decotta, alla General Motors!
    Fallito il tentativo, la fabbrica andò progressivamente a deperire.
    Alla morte dell’Avvocato, sembrava inevitabile anche quella della FIAT, non più finanziabile dal denaro pubblico per la normativa europea.
    La scelta degli eredi di provare a ricostruire l’Impresa fu coraggiosa e, soprattutto l’intuito di affidarsi all’allora sconosciuto Marchionne, fu una scelta formidabile.
    Probabilmente il vissuto familiare di profughi dalmati, lo sconsigliò di proseguire l’impresa industriale in Italia, nelle mani di quei politici e sindacalisti che vollero disconoscere il dramma degli Italiani della Dalmazia, per inneggiare alle forze di liberazione titine e che avevano distrutto, dagli anni ’70 in poi, il tessuto industriale italiano, dal mondo invidiato.
    Così fu licenziata la collusa Confindustria, e snobbati i palloni gonfiati di sindacati ormai rappresentati solo di interessi di casta e gli investimenti produttivi furono fatti in molti paesi (Polonia, Turchia e Americhe, i principali) attraverso operazioni finanziarie e produttive note.
    Alla fine, anche la sede legale e fiscale fu delocalizzata.
    Come Torinese e Italiano non posso essere contento di tali scelte, ma mai in Italia furono fatte quelle politiche riformiste utili per l’investimento e insediamento di imprese industriali, anzi…..
    Oggi, quelle facce di bronzo dei sinistri, rinfacciano a Marchionne, la sua residenza in Svizzera (ma non a De Benedetti) fingendo di non sapere che egli, allora quattordicenne, fu costretto, con la sua famiglia, a rifugiarsi in Canada, perché non accettati in Italia, dagli Italiani, come profughi del genocidio Titino, e che egli, compiuti gli studi in Canada, si era trasferito in Svizzera, per lavoro, già anni prima di essere coinvolto in FIAT.
    Perciò vorrei che giungessero a Lui e ai suoi cari i pensieri di vicinanza di un Italiano che non rinnegò mai la propria terra e i propri connazionali, ringraziandolo per quel tricolore che sempre volle cucito sui suoi famosi maglioni, niente affatto snob, a ricordare ai nostri radical chic la loro rossa vergogna.

  • enzoclerico@libero.it 24 luglio 2018

    Caro Ben Frank, prima di esprimere giudizi fumosi, rileggi quanto scrivono sopra Pino 1 e Roberto Ferraro, poi rifletti sul tasso di disoccupazione giovanile italiana. Non credo che sia tutta colpa di deindustrializzazione dell’Italia, piuttosto all’alto costo del lavoro in Italia dovuto alla politica scellerata del sindalcomunismo che spadroneggia in Italia sin dall’ultimo dopoguerra alla faccia di ogni governo di qualsivoglia colore politico. Lo so che queste cose non si devono dire, ma è la causa principale dei nostri mali.

  • luciano.vignati@teletu.it 24 luglio 2018

    I sinistri si dimenticano che la Fiat presa Marchionne era la somma degli errori di Gianni Agnelli che pensava che gli italiani avrebbero acquistato solo automobili FIAT dopo aver distrutto tutte le società sue dirette concorrenti (vedi Innocenti, Alfa Romeo, Lancia e altri marchi minori. Ovviamente nella suo disegno scellerato è stato aiutato da due campioni della sinistra di allora, il cattocomunista Prodi e dal rifondarolo Bertinotti, i quali, uno presidente dell’IRI, l’altro sindacalista dell’Alfa Romeo, hanno fatto una fulgida carriera politica sulla pelle e sul sangue di decine di migliaia di lavoratori.

  • mgtrieste47@gmail.com 24 luglio 2018

    Sono triestina e istriana
    Forza Sergio ti xe dei nostri
    Grazie de esser sta e de esser sempre un ISTRIAN ITALIAN
    ciao e se te andara’ LASSÙ protegi la nostra ISTRIA E POLA NOSTRA. TE VOJO BEN
    W L’ ITALIA E L’ ISTRIA ITALIANA

  • gdetoffoli@yahoo.it 24 luglio 2018

    Quando si è senza lavoro è tradizione italiana andarselo a cercare dove c’è o più semplicemente come decine di migliaia di donne, ragazzi dimostrano, anche ora, al massimo storico delle difficoltà economiche a banche svuotate dai signori delle mafie politiche,se lo inventano ed alcuni eccellono,come le tante start up dimostrano! La ‘classe operaia’ non è mai andata in paradiso, se non nei film pagati dallo stato ! Scontava una nascita di pura manovalanza acefala per carenza istruttiva, avendo quasi sempre posato la falce per prendere il martello! Poi, fortunatamente, crebbe e colletti bianchi, in oltre quarantamila, anche con operai senza la cgl, pacifici, lo dimostrarono ! Gli operai di oggi sanno benissimo di essere solo una parte e dolorosamente per me, per la mia formazione, la meno imponente ai fattori della produzione! L’asse produttivo si è spostato nella parte povera del mondo; l’intellettivo, decisionale, in quella ricca. All’epoca, la Fiat, ormai prossima al collasso, avendo provato tutti i top manager di stato italiani che applicavano Le regole del mercato ‘ sgravarsi dalla zavorra non utile per produrre, ampiamente utilizzato dai noti manager Fiat/Agnelli, che fate ve li siete dimenticati ?
    con, centoventimila ‘ouperari’ mantenuti alla bell’emmeglio creando quel debito pubblico che noi tutti ed i nostri figli paghiamo e pagheremo non si sa come e fin quando; chiamò l’unico manager Italiano conosciuto, formato nei mercati mondiali , per l’appunto Marchionne. Rimettere in moto un’azienda prossima alla fine lo costrinse a ridimensionare azienda ed indotto, mantenendo i progetti di casa fiat e non esternalizzando più. tentando nel limite del possibile di mantenere in piedi le parti esterne della produzione vetture e tentando di salvare il possibile degli operai che comunque sarebbero stati licenziati ! Responsabilità di chi? Di Marchionne o dei suoi antecedenti che avevano distrutto l’azienda, Agnelli compresi ! Che tutto sono stati fuorchè agnelli (per caso vi ricordate il ‘bidone’ dato a Gheddafi? Credete che i Libici non se lo ricordino?) La storia di quest’uomo che non ho mai conosciuto, se non riconoscendone la genialità e l’affetto per l’Italia, anche ultimamente ridando alla Ferrari lo smalto occorrente! Temo che adesso con un’inglese al comando sarà tutt’altra cosa. La Fiat da noi conosciuta scomparirà in breve !

  • ferraro.bob@libereo.it 24 luglio 2018

    Marchionne come tutti non è perfetto. Ma è stato un uomo coraggioso nel prendere nuove strade senza timore di andare controcorrente. Uscire da Confindustria, contrastare a muso duro che chiudeva gli occhi davanti a clamorosi reiterati e collettivi atti di assenteismo (partita della Nazionale, sciopero! cosi si sta a casa e la guardiamo in santa pace. Magari si fa anche un po di malattia così la vacanza non costa niente!). In molti alla Fiat esageravano nel non fare. Comunque la si pensi Marchionne ha salvato la FIAT dal fallimento, cosa molto probabile se fosse continuato l’andazzo assenteistico e il comportamento ossequioso ai poteri politico-sindacali. A fatto gli interessi degli Agnelli. Possibile. Ma ha fatto anche gli interessi di chi ora lavora con la migliore certezza di poterlo fare anche negli anni a venire.

  • cardi.f@web.de 24 luglio 2018

    Non fatene un eroe! Altro che istriano, Marchionne è un canadese, che ha causato la disoccupazione di tanti italiani nell’interesse della famiglia Elkann (statunitensi) e della finanza internazionale, portando avanti il processo di deindustrializzazione dell’Italia. Anche io ho antenati abruzzesi,ma mi farebbe schifo condiderarmi conterraneo del canadese. Gli faccio gli auguri di guarigione, come è dovere fare ad ogni persona che soffre per problemi di salute, ma resta sempre e comunque un personaggio ambiguo, se non ignobile. Voi da che parte state, da quella degli operai senza lavoro, o da quella dei funzionari delle plutocrazie finanziarie straniere?