Russiagate, gli Usa: Prodi prese soldi offshore per fare lobbying

L’accusa arriva dagli Stati Uniti ed è clamorosa: Romano Prodi – ma anche altissime cariche istituzionali e politiche di altri 3 paesi europei – sarebbe stato segretamente pagato dall’ex-manager della campagna elettorale di Trump, Paul Manafort, per fare pressione sul governo pro Russia dell’ex-presidente ucraino Viktor Yanukovych in una sorta di attività di lobbing, vietata negli Stati Uniti se non preventivamente denunciata.

L’ex-premier dell’Ulivo, oggi grande sponsor della sinistra italiana in grave affanno pre-elettorale per la batosta che si preannuncia, dice di cadere dalle nuvole. E cerca di scansare il siluro che arriva da oltreoceano e da una fonte di tutto rispetto: quel Robert Mueller, procuratore speciale che sta indagando sul Russiagate e che vorrebbe incastrare Trump.

Dunque vediamo come stanno le cose. E se la smentita di Prodi sta, effettivamente, in piedi o no.

Secondo la nuova incriminazione mossa dal procuratore speciale Mueller e a cui i media americani e internazionali, fra cui Politico.com, The New York Times e The Guardian, stanno dando molto spazio, Manafort avrebbe versato oltre 2 milioni di euro, vale a dire circa 2,5 milioni di dollari, al cosiddetto Hapsburg Group per “assumere posizioni a favore dell’Ucraina” dal 2012 al 2013.

Il gruppo, che il procuratore speciale Mueller chiama Hapsburg Group, era gestito, all’epoca, da Alfred Gusenbauer, cancelliere austriaco dal 2007 al 2008 e composto dall’ex-presidente polacco Aleksander Kwasniewski, dall’ex-premier ucraino Viktor Yushenko e infine, proprio da Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004.

Interpellato dal New York TimesProdi ha candidamente ammesso di essere stato pagato da Gusenbauer come parte delle “normali relazioni private che ho avuto con lui”, aggiungendo che il denaro non era, a sua conoscenza, venuto da Manafort. Prodi ha anche sostenuto di non aver mai sentito parlare dell’Hapsburg Group.

Dunque Prodi ha ammesso di aver fatto parte di un gruppo di lavoro coordinato da Gusenbauer, di aver preso soldi per questa sua attività che lui ritiene essere parte delle “normali relazioni private” e di non sapere da chi provenissero i soldi che Gusenbauer gli versava per la sua attività.

Aldilá della verifica che dovrà ora essere fatta per accertare se Prodi ha correttamente pagato le tasse in Italia su questi introiti, c’è, ora, il grosso è imbarazzante problema che negli Usa è assolutamente vietato e pesantemente perseguito dal punto di vista penale, fare lobbing senza essere iscritti come lobbista. Ed é proprio ciò che viene contestato dal procuratore speciale Mueller.

La campagna di lobbing ideata da Manenfort, secondo Mueller, includeva non solo i quattro politici europei, ProdiGusenbauer, Kwasniewski e Yushenko pagati profumatamente per girare l’Europa e perorare la causa mettendo a disposizione la propria immagine e la propria notorietà ma, anche, due società di lobbying di Washington, Mercury e Podesta Group, che Manafort aveva ingaggiato per fare pressione a nome del Centro europeo per l’Ucraina moderna.

A fondare la Podestà Group era stato, insieme al fratello, John Podesta, responsabile della campagna elettorale di Hillary Clinton.

Nel 2013 effettivamente, accompagnato da Ed Kutler della società di lobbying Mercury, Prodi sbarca a Washington dove incontra il presidente della commissioni Affari esteri, Royce e un membro dello staff della House Majority Whip, Eric Cantor.

Qualche mese dopo la faccenda si ripete in fotocopia: anche Gusenbauer arriva a Washington e, accompagnato ancora da Ed Kutler e da un altro lobbista della MercuryMike McSherry, incontra alcuni membri del Congresso americano.

Per questa attività i quattro del gruppo, Prodi, GusenbauerKwasniewski e Yushenko, secondo Mueller, vengono pagati su conti off-shore riconducibili a Manenfort.