La coerenza di Di Maio: vuol formare il suo governo con i voltagabbana

Alla domanda del Corriere della Sera sugli incerti scenari del dopo-voto, Luigi Di Maio ha risposto che qualora, com’è probabile, il M5S risultasse il primo partito e tuttavia privo, com’è certo, di numeri per governare, egli lancerà «un appello a tutti i gruppi parlamentari per vedere quali sono le priorità dell’Italia». Tradotto, significa che una volta ricevuto l’incarico di formare il governo in qualità di leader del partito più votato, si presenterà alle Camere e lì getterà l’esca per capire chi abbocca e chi no. In linea puramente teorica non ci sarebbe niente di male, anzi è proprio questo il meccanismo di una democrazia parlamentare. Strano, però, che a rinverdirlo dopo vent’anni di Costituzione materiale basata sull’indicazione popolare del premier, sia proprio il capo di una forza politica che fa dell’abrogazione del divieto di vincolo di mandato uno dei propri irrinunciabili capisaldi programmatici. Se tale idea avesse già trovato accoglimento nella Carta fondamentale, col cacchio che il signor Di Maio avrebbe potuto uscirsene con l’appello al volemose bene post-elettorale annunciato al Corriere della Sera. Già, perché l’introduzione del vincolo di mandato ingesserebbe ogni parlamentare inchiodandolo agli impegni politici assunti in campagna elettorale. A quel punto sarebbe impossibile per un deputato o un senatore – del centrodestra o del centrosinistra non fa differenza – assumere in Parlamento un atteggiamento diverso da quello pattuito con i suoi elettori, men che meno sostenere un governo formato da un esponente dello schieramento avverso. Con la sua risposta, invece, Di Maio ha implicitamente ammesso che pur di varcare la soglia di Palazzo Chigi è pronto a chiedere a ciascun eletto di trasformarsi in uno di quei voltagabbana che egli vorrebbe addirittura eliminare per legge. È fin troppo evidente che non è tanto l’uso del congiuntivo della lingua italiana quanto la coerenza il punto debole del candidato grillino. Peccato solo che il solitamente occhiuto Corriere della Sera questa volta non se ne sia accorto.