Il Pd regala 3 milioni di euro a IsiameD: esposto di Augello, l’Anac si muove

Esplode, violenta, la rabbia sui Social per l’incredibile gesto del Pd che, proprio sotto le feste di Natale, con la complicità dei Verdiniani, ha sfilato dalle tasche degli italiani 3 milioni di euro per regalarli alla società di un ex-democristiano, ex-ministro di un governo D’Alema e poi candidato (trombato) della Margherita. Un vero e proprio scippo, scoperto dall’agenzia di stampa Agi, nella ingenua convinzione che nessuno se ne accorgesse. Già perché il regalo di Natale fatto dal partito di Renzi e dai verdiniani all’ex-diccì schierato poi con Tabacci, era stato mimetizzato fra le pieghe della legge di bilancio con un comma che prevede un contributo di 3 milioni di euro a favore di una società privata chiamata a «promuovere il modello digitale italiano»  la IsiameD, nata come acronimo di Istituto per l’Asia e il Mediterraneo e, poi, curiosamente convertita al digitale lo scorso luglio con il nome di Isiamed Digitale.

L’emendamento, spuntato al Senato e passato senza modifiche alla Camera, era stato voluto dai senatori campani Pietro Langella e Antonio Milo di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie per «affermare un modello digitale italiano come strumento di tutela e valorizzazione economica e sociale del made in Italy e della cultura sociale e produttiva della tipicità territoriale» con un «contributo pari a 1.000.000 di euro per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020».

E guarda caso, fra le migliaia di aziende italiane in grado di maneggiare l’argomento con una certa competenza, anche perché, magari, da più anni sul business, la spunta proprio la IsiameD presieduta da Gian Guido Folloni, ex-esponente della Democrazia cristiana, ex-senatore della Federazione Cristiano Democratica Cdu e del Partito Popolare italiano, ex-deputato e ministro per i rapporti con il Parlamento tra il 1998 e 1999 nel governo D’Alema I.

Folloni, fra le altre cose, è stato dirigente nazionale nel dipartimento esteri della Margherita come responsabile dei rapporti con il mondo arabo. E da questa esperienza è nata appunto la IsiameD proiettata nella diplomazia internazionale fino a quando, a luglio, improvvisamente getta alle ortiche quel modello di business, muta la ragione sociale e inizia a occuparsi di digitale. Come se un salumiere decidesse improvvisamente di mettersi a vendere pattini a rotelle.

La spiega così proprio Folloni: «non bastavano le relazioni tradizionali», il «ritardo accumulato dall’Italia nella infrastruttura digitale» imponeva di «entrare in una nuova economia». Fatto sta che l’esigenza di Folloni incrocia, guarda caso, l’dea dei senatori di Ala, il gruppo di Denis Verdini, Pietro Langella e Antonio Milo. E qui scatta l’assist del Pd, forse in nome della comune radice politica con Folloni. L’emendamento da 3 milioni di euro viene preso in carico dal capogruppo Pd in Commissione Bilancio. L’Agi scopre la magagna. Interpellato, il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, cade dalle nuvole: «Emendamento parlamentare mai dato parere positivo. Non ne sapevo nulla finché non segnalato da voi. Non ho la più vaga idea di cosa sia. Mi sembra una roba stravagante, a dir poco», scrive su Twitter rispondendo al direttore dell’Agi, l’ex-digital Champion renziano Riccardo Luna. E la Rete, indignata, insorge. Sui Social si parla apertamente di marchetta del Pd all’ex-democristiano ed ex-ministro del governo D’Alema I. La polemica è feroce. All’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, per il momento non sono arrivati i necessari esposti per procedere. Ma il senatore Andrea Augello annuncia: presenterò io l’esposto. Cantone, interpellato, ha fatto sapere che avvierà un’indagine dopo la pausa natalizia per verificare se la questione sia di competenza dell’Autorità e se l’emendamento violi il codice degli appalti.

E il Pd in tutto questo? Con una faccia tosta incredibile il senatore pd Stefano Esposito la spiega così: «Trattasi di marchetta necessaria ad avere i voti per la manovra. Quando non hai i numeri subisci i ricatti dei piccoli gruppi. Il Senato romano era così: basta fare gli indignati». Una sorta di voto di scambio al contrario.