Strage Bologna, acrobazie giudiziarie per processare (di nuovo) Cavallini

Il 21 marzo 2018 inizierà una nuova battaglia giudiziaria – l’ennesima, a quasi quarant’anni dal drammatico evento – per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Sul banco degli imputati, Gilberto Cavallini, quello che fu l’esponente “anziano” dei Nar, a cui la pur appassionata e dotta difesa condotta dall’avvocato Mattia Finarelli non è riuscita a risparmiare questo che si annuncia come un lungo calvario processuale, fotocopia esatta di quello che già subì e lo vide processato e condannato per gli stessi fatti per il reato di banda armata.

Finarelli, all’inizio legale d’ufficio di Cavallini che, in questi mesi, si è addentrato nella materia con energia, è uscito dall’aula di tribunale con una sconcertata considerazione, purtroppo valida non solo per Cavallini: «In questo modo, se basta riqualificare gli eventi e giudicare diversamente una “condotta”, per processare nuovamente un imputato già condannato, in Italia per lo stesso evento un uomo potrà da oggi essere processato all’infinito. Ogni giudice può vedere la stessa azione con occhi diversi e, solo in base a questo, un accusato potrà essere chiamato a rispondere dei suoi gesti quante volte?».

La sensazione, infatti, è quella che, per superare l’ostacolo del “ne bis in idem” – il principio giuridico in base al quale non si può processare due volte la stessa persona sulla base degli stessi elementi – siano servite, più che le competenze giuridiche, quelle acrobatiche.
Da due certezze, però, partirà il nuovo processo. La prima è che il processo a Cavallini costituirà, per quanto impropriamente, dal punto di vista tecnico, una sorta di processo di revisione delle sentenze che, in via definitiva, hanno chiuso i capitoli riguardanti Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini.
I tre condannati compariranno in aula come testimoni in questo caso. Ma la loro presenza, al pari di quella di tutti gli altri protagonisti dell’odissea giudiziaria del 2 agosto ’80, contribuirà inevitabilmente al rafforzamento delle riletture che, almeno sul piano storico, si sono affermate e si stanno affermando sulla vicenda.
La seconda certezza è che Cavallini è stato rinviato a giudizio come co-autore dell’attentato principalmente con l’accusa – su questo i pm hanno insistito non poco – di aver fornito agli altri i documenti falsi per poter circolare impunemente in quei giorni fatali. Ora, se questa ipotesi dovesse trovare conferma in una sentenza, crollerebbe incredibilmente, come un castello di carte, proprio l’impianto del processo principale, quello che vide condannati Mambro e Fioravanti, dimostrando l’inaffidabilità di Massimo Sparti, il “pentito” sulle cui parole i due furono inchiodati.
Si ricorderà, infatti, che Sparti testimoniò di aver fornito, il 4 di agosto, due giorni dopo la strage, documenti falsi per Francesca Mambro, la quale ne sarebbe stata sprovvista, al fine di celare la sua presenza a Roma. E sarebbe stato proprio in occasione di quel passaggio di documenti falsi che Sparti – secondo quanto lui stesso racconta – avrebbe appreso la tremenda “verità” sulla strage.

Ora, se i documenti falsi alla Mambro e a Fioravanti li avesse forniti Cavallini – il quale peraltro, era a Roma con loro nei giorni immediatamente successivi alla strage -, le parole di Sparti circa l’incontro con Fioravanti verrebbero meno: che senso avrebbe avuto, infatti, rivolgersi a un lui, se Mambro e Fioravanti erano già provvisti di documenti utili alla latitanza? Non sarà questa la sola incongruenza o la sola assurdità su cui sarà chiamata a ragionare e decidere la nuova giuria popolare. E non è detto affatto che il risultato sia così scontato.