Afghanistan perduto: le forze Usa e Nato arretrano dinanzi ai talebani

L’Afghanistan può considerarsi perduto? La risposte è affermativa, gli sforzi dell’Occidente sono stati vanificati dalla resistenza del talebani. A 27 mesi dal ritiro delle forze alleate da combattimento che ha lasciato sul terreno solo i 13.400 militari statunitensi e Nato della missione addestrativa e di consulenza e supporto (Resolute Support), l’Afghanistan “sta subendo una escalation bellica estremamente dura” confermata dall’attacco dei giorni scorsi “alla munita base di Mazar-i-Sharif che ha provocato oltre 200 morti e feriti tra le truppe di Kabul”. E’ Analisidifesa, sito specializzato nei temi della sicurezza e della geopolitica, a sottolineare che “il 2016 è stato l’annus horribilis da quando il grosso delle forze statunitensi e della Nato, contributrici alle operazioni militari in supporto alle forze di sicurezza afgane, sono state ritirate”. Tra gennaio e novembre dello scorso anno, infatti, “sono morti 6.785 tra soldati e poliziotti afghani, i feriti sono stati oltre 11.777, rispetto ai circa 5.000 caduti del 2015. Questi numeri significano il vertiginoso aumento del 35% delle perdite in combattimento. Così pure un anno di perdite record tra i civili: 11.418 (3.498 morti e 7.920 feriti) come pubblicato dalla missione dell’Onu (Unama) con un aumento del 3% rispetto al 2015″. Dal 2009 ad oggi sono morte 24.841 persone e 45.347 sono state ferite. L’area di Kabul, le province di Helmand, Kandahar, Nangarhar, Uruzgan, Kunduz e Faryab registrano gli scontri contro i Talebani più violenti. In misura minore anche il gruppo Isis, incuneatosi in tempi recenti in Afghanistan Orientale, nel 2016 ha reclamato il suo tributo di sangue contro gli sciiti con 209 morti e 690 feriti.

In Afghanistan migliaia di ordigni causano nuove vittime

“Purtroppo – viene rilevato – è altissimo anche il numero di giovani colpiti, oltre 3.500 (di cui 923 morti), soprattutto a causa dello sterminato numero di ordigni inesplosi sparsi ovunque”. Negli ultimi due anni del lungo conflitto afgano (dal 2001 a oggi) “le offensive talebane sono proseguite intensamente, nonostante la strenua e tenace opposizione delle forze di sicurezza afghane che hanno pagato un altissimo tributo di perdite. Avendo da affrontare in sostanza solo l’esercito afghano le offensive e gli assalti sia di grande che di minore entità sono divenuti quotidiani. La strategia adottata dai talebani – si legge su Analisidifesa – è stata di una semplicità micidiale: dopo il ritiro del grosso dei contingenti Usa e Nato, i comandi militari talebani hanno via via testato le capacità reattive delle forze di sicurezza afgane, laddove la debolezza complessiva dello strumento militare e di sicurezza ha permesso ai talebani di martellare esercito e unità di polizia con un’assillante miriade di assalti ai presidi ed ai checkpoint. In particolare nella prima metà del 2016 il governo afgano ha perduto il controllo del 5% del paese, arrivando a controllare solo il 65,6%”.  I talebani, “come denunciato anche dal Sigar (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), sono giunti a controllare un territorio esteso come non mai in precedenza dopo il 2001 quando l’operazione anglo-americana Enduring Freedom fece cadere il loro regime. Questa situazione così critica ha imposto a Barack Obama di rinunciare al piano di ritiro di altri 5mila soldati”. Nella seconda metà del 2016, “altro terreno è stato perso, con il governo afgano che arrivava a solo il 57% del Paese, ma questa percentuale di controllo si è ridotta ulteriormente con la recentissima caduta del distretto di Sangin, nell’Helmand, una perdita simbolica per tutta la coalizione anti-talebani”.