La nave dei dannati: quando gli Usa nel 1939 respinsero mille ebrei in fuga

Quando Obama e le varie star miliardarie accusano Trump di mettere in discussione i valori americani, non sanno neanche di cosa parlano. L’America per tutta la sua storia ha fortemente limitato l’immigrazione, anche da prima del severissimo Immigration Act del 1924. E che un ex presidente non conosca neanche la storia del suo Paese ci fa capire che è bene che sia finita come è finita. Una storia emblematica delle politiche di immigrazione statunitensi è certamente quella, ormai piuttosto nota, del transatlantico tedesco Saint Louis, che con a bordo oltre 900 passeggeri ebrei in fuga dalla Germania nazista, fu respinta da Cuba, Usa e Canada e dovette tornare in Europa, malgrado i coraggiosi tentativi del capitano Gustav Schroeder di trovare una soluzione. La storia comincia da prima, però, da quel famoso Immigration Act del 1924, firmato dal presidente Coolidge, che codificava rigidamente l’immigrazione in America. Dopo la Notte dei Cristalli del novembre 1938, in cui ebrei tedeschi furono uccisi, terrorizzati, i loro negozi e case distrutti, molti ormai volevano abbandonare il Reich. In seguito alle proteste internazionali, il governo tedesco concesse il visto a tutti gli ebrei che avessero voluto lasciare il Paese. Un migliaio di questi decisero di andare a Cuba con la St. Louis, pagando 800 Reichsmark per la prima classe e 600 per la seconda, oltre a una tassa di altri 230 Reichsmark come assicurazione. A detta di un addetto dell’ambasciata americana a Berlino dell’epoca, gli ebrei che volevano partire erano appartenenti alla classe medio-alta, oppure studenti che volevano proseguire gli studi Oltreoceano. Secondo il capitano Schroeder, invece, e anche secondo le cronache, non tutti i passeggeri erano abbienti, perché tra di loro c’era gente che aveva dovuto lasciare il lavoro e la casa, già perseguitati da tempo, che quindi non disponevano di denaro. E questo sarà confermato al porto di Cuba.

Gli Usa avevano il terrore dei rifugiati dall’Europa

Secondo la cronaca, la prima parte del viaggio, iniziato nel maggio 1939, fu piacevole: si trattava in tutto e per tutto di una crociera, eccettuato il fatto che il biglietto era di sola andata. Arrivati a Cuba, iniziarono i problemi: la legge di quel Paese, il cui presidente era un certo Laredo Brù, non consentiva l’ingresso di altri immigrati, né come rifugiati né come turisti. Solo dopo estenuanti trattative durate giorni, a 22 passeggeri fu consentito di sbarcare. Tra l’altro, il governo chiese un’ulteriore tassa di 500 dollari per sbarcare, che non tutti possedevano. Ci furono anche episodi di corruzione e di arricchimento illecito tra i funzionari cubani, ma la realtà era che da tempo c’era un sentimento xenofobo piuttosto radicato. Inutilmente il governo degli Stati Uniti cercò di persuadere l’Avana ad accogliere i rifugiati. Il capitano Schroeder decise allora di puntare verso Miami, cercando di sbarcare, ma la nave venne rsepinta dalle autorità statunitensi, anche se i contorni di questa vicenda non sono stati mai chiariti. Gli americani dissero che la nave avrebbe dovuto attendere che si liberassero le quote di immigrazione, ma fu presto chiaro che non c’era alcuna intenzione di accoglierli. La legge Johnson-Reed era chiara, era ammessa una quota del 2 per cento della comunità che già viveva negli Usa. La sorte di questa nave divenne nota nel mondo, e in verità pochissimi giornali, anche negli Usa, si dettero da fare per sollecitare un’accoglienza. Con il Canada non andò meglio, perché il governo rifiutò di far attraccare la nave. A Schroeder non rimase che tornare verso il porto di partenza, Amburgo, dove era chiaro che gli ebrei sarebbero stati internati, giacché avevano avuto il visto solo a condizione che non fossero tornati. Anche i Paesi latino-americani rigettarono la richiesta.

Dagli Usa la nave dovette tornare in Europa

Il capitano Schroeder ebbe persino l’idea di affondare la nave al largo dell’Inghilterra, in modo che i passeggeri dovessero essere accolti come naufraghi, ma non ci fu bisogno di giungere a tanto. Grazie all’intermediazione del Joint Distribution Committee francese si riuscì a smistare in qualche modo i passeggeri. Londra accettò di accogliere 288 persone e la St. Louis sbarcò ad Anversa, in Belgio. Altri 224 furono accettati dalla Francia, 214 dal Belgio, e 181 dall’Olanda. Si calcola che un quarto degli originari passeggero del transatlantico morirono durante la guerra e le persecuzioni razziali. Ma gli Stati Uniti continuarono a negare aiuto a qualsiasi rifugiato dall’Europa. Lo spettro della Grande Crisi era ancora troppo vicino, la disoccupazione era ancora troppo alta, e il governo americano temeva che tra i profughi tedeschi potessero esserci sabotatori e spie naziste. E poi va detto che maggioranza degli americani era contraria ad aumentare le quote immigrative. Il Congresso era il fedele specchio di questo comune sentire: non solo non voleva rifugiati, ma neanche che l’America intervenisse nelle vicende europee. Insomma, le porte dei Paesi democratici erano rimaste chiuse per gli ebrei. La soluzione più logica divenne allora la Palestina, ma qui il problema dei rifugiati si interseca con la questione mediorientale, malgestita dagli inglesi, questione che ad oggi non è ancora stata risolta. Il capitano Schroeder per il suo comportamento fu insignito dell’Ordine al Merito della Germania dopo la guerra e, nel 1993, fu nominato Giusto tra le Nazioni. Quanto alla St. Louis, durante la guerra fu nave alloggio per i soldati tedeschi e nel 1946 divenne una nave-hotel. Fu disarmata definitivamente nel 1952. La sua vicenda ha ispirato numerosi scrittori e ovviamente anche Hollywood che ne ha tratto il film, La nave dei dannati del 1976 con Faye Dunaway, vincitore di un Golden Globe.