Un “tecnico” europeo al posto di Renzi, come accadde per Berlusconi?

I segnali non mancano. Negli ultimi tempi, sono diventati persino più fitti. Come le voci che corrono e rendono l’aria tesa e un po’ cupa dalle parti di Palazzo Chigi. Tra Borse altalenanti, spread che sale, banche in default e scambio di pareri non proprio lusinghieri tra Roma e Bruxelles, qualcuno avanza l‘ipotesi che per Matteo Renzi si stia preparando un piattino più o meno indigesto come quello a suo tempo servito a Silvio Berlusconi. La mente va a quei giorni tempestosi, alla famosa lettera spedita dal Belgio ma ispirata da Palazzo Koch, da Roma. Alle speculazioni che facevano tremare Piazza Affari e non solo, a quel vertiginoso giro di miliardi da far accapponare la pelle e mandare all’aria un governo, l’ultimo legittimamente votato dagli italiani. Ad anticiparlo è stato Il Foglio, poi ripreso da il Giornale. In effetti non è passata inosservata l’intervista di Giorgio Napolitano (sempre lui!) a la Repubblica nella quale dispensava consigli (chissà se richiesti o meno) al premier. L’invito ad usare maggiore accortezza con l’Europa e la Merkel dell’ex presidente della Repubblica è suonato come un avvertimento partenalistico, il tentativo di allontanare il sospetto che qualcuno a Bruxelles – ma non solo a Bruxelles – stesse tramando contro Pittibullo e lo avesse messo nel mirino. Le uscite un po’ troppo virulenti del premier,  si sa, non è che siano molto piaciute. anche perché il tema della flessibilità,  sollevato da Renzi per allargare i cordoni della borsa e aiutare l’Italia a spendere qualche milione di euro in più, poteva acquistare senso e forza se la terapia renziana applicata al Paese avesse prodotto effetti taumaturgici, avesse fatto risalire la china della produzione oltre lo striminzito zerovirgola,  e diminuito il rapporto debito/Pil, che rappresenta il vero nodo gordiano della nostra economia. Come spesso avviene in questi casi, le smentite rischiano di produrre l’effetto contrario.L’uscita di Napolitano sembra proprio aver avvalorato la tesi opposta. Il Fatto, notoriamente ben informato sui retroscena che agitano il Palazzo, non ha mancato di ricordare quali sono i “nemici” interni di Renzi, quelli che, per antichi rancori e per la rete dei rapporti internazionali che continuano a tessere, sia pure stando lontani dalle aule parlamentari, possono incidere sul futuro governo. Sì, perché il nome che circola con una qualche insistenza è quello di Boeri, il presidente dell’Inps, uno che, da quando ha assunto quella carica detta il menù delle sue proposte, manco fosse lui il presidente del Consiglio. O, almeno, lo spera. Come Monti, anche lui è un bocconiano, Per tornare agli amici-nemici di Renzi ecco i nomi: Enrico Letta, Massimo D’Alema e Romano Prodi. Secondo i ben informati sarebbero proprio loro i burattinai che si muovono dietro le quinte. Chissà? Certo è che le coincidenze cominciano ad essere troppe. Almeno quelle che vagano tra le irritazioni europee e la brama di riscatto di chi è stato rottamato. Rottamato da chi? Da uno che continua a ripetere che l’Italia è ripartita. Mentre il treno è fermo in stazione.