Missione contractor: chi sono gli italiani che operano in zone di guerra

«Quando tornano i caduti in terra straniera, vengono accolti da eroi: autorità in silenzio, bandiere, saluti militari, musica solenne. Niente di tutto questo quando le bare sono quelle degli agenti di protezione privata, dei contractor: sono morti che è meglio nascondere, morti imbarazzanti come tanti morti sul lavoro, visto che ormai il loro un lavoro lo è, diventato ormai indispensabile a guerre sempre più inutili». Nelle parole dello scrittore britannico Paul Laverty c’è la definizione migliore dei contractor. Uomini che mettono a disposizione le loro competenze paramilitari e il loro coraggio per operare negli scenari di guerra più rischiosi. Altra storia rispetto agli arruolati italiani nella Legione straniera, che negli ultimi tempi sono aumentati. Nei giorni scorsi Il Fatto quotidiano ha ospitato una inchiesta sui circa duecento italiani che ogni anno operano in zone di guerra o ad alto rischio. Tecnicamente non sono militari, né tantomeno mercenari, dato che il nostro codice penale, vieta l’arruolamento di personale italiano al servizio di uno Stato straniero. I nostri contractor sono figure più vicine a quelle di guardie del corpo o ai vigilantes privati. In Italia le agenzie del settore che si contendono il mercato con i giganti anglosassoni sono in tutto una trentina. Nel nostro Paese una delle società leader nella formazione delle guardie private è quella di Salvatore Stefio. Lo stesso che, nel 2004 venne rapito in Iraq insieme ad altri tre ostaggi, fra i quali Fabrizio Quattrocchi, poi trucidato dai terroristi. Per quella vicenda Stefio e Giampiero Spinelli erano stati rinviati a giudizio con l’accusa di arruolamento non autorizzato al servizio di uno Stato estero. Il pm, Manfredi Dini Ciacci, aveva chiesto la condanna a quattro anni di reclusione per entrambi. Furono invece assolti dalla Corte d’assise di Bari. «Da oggi non chiamateli più mercenari – aveva detto il legale di Stefio, subito dopo la sentenza – Il mio pensiero va a Quattrocchi ucciso in Iraq».

Contractor: gli americani vogliono almeno 5 anni di esperienza militare

Oggi Stefio continua a operare nel settore. La sua società si è specializzata nei campi di sicurezza, sopravvivenza, gestione crisi e antipirateria marittima. E soprattutto, nella formazione dei contractor. «Ci sono oltre un migliaio di persone in banca dati», ha ricordato Stefio nell’ultima intervista. Non mercenari, dunque, ma professionisti molto motivati e bene addestrati. E i più bravi sono ricercati anche dalle grandi società statunitensi e britanniche. Il presidente del “Ce.S.I  – Centro Studi Internazionali”, Andrea Margelletti, ex consigliere strategico del ministero della Difesa ha spiegato in un’intervista all’Espresso: «Gli italiani che lavorano per i “big” anglosassoni si contano sulle dita di una mano, perché l’ostacolo fondamentale è soprattutto uno: devono conoscere perfettamente l’inglese, e i nostri connazionali in questo sono notoriamente un po’ carenti». Fra i requisiti fondamentali per ottenere un contratto con inglesi e americani c’è anche quello di aver trascorso almeno cinque anni nelle forze armate speciali. Non c’è spazio per i dilettanti. La ragione è semplice: ai contractor sono riservati ruoli paramilitari delicati e rischiosi. Con l’unica certezza che per loro non ci saranno mai onori.