Vietato celebrare il decennale di Fabrizio Quattrocchi, un eroe che queste istituzioni non meritano

Con indosso una maglietta commemorativa con la scritta “15 Delta, in memoria di Fabrizio Quattrocchi, medaglia d’oro al valore civile”, a 10 anni dal rapimento si sono ritrovati a Genova, per la prima volta insieme, Maurizio Agliana, Salvatore Stefio e Umberto Cupertino, sequestrati con il contractor genovese Fabrizio Quattrocchi il 13 aprile 2004 in Iraq dalle Falangi Verdi dell’Esercito di Maometto. «Saremo sempre qua a onorare Fabrizio Quattrocchi per quello che ha fatto, ciò che ha detto e come lo ha detto, nel momento in cui veniva a mancare la sua vita» ha detto Agliana che ha ricordato i 56 giorni di prigionia e il momento in cui venne scelto Fabrizio. «Prima che lo portassero via Fabrizio non disse niente – ha ricordato Agliana – si alzò e ci salutò, con tranquillità e serenità». Nessuno sapeva il destino del compagno di prigionia, fu detto loro che sarebbe stato liberato come “merce di scambio. «Ci venne detto che lo liberavano – ha spiegato Stefio – ufficialmente venimmo informati dal nostro ambasciatore, dopo essere stati liberati dalle forze speciali americane, che era deceduto». «Quando è andato via – ha proseguito Cupertino – lo abbiamo seguito con lo sguardo da sotto la porta, siamo rimasti a guardare i piedi, fino a quando è stato possibile». La casualità ha portato a scegliere Fabrizio: «Sono venuti, si sono guardati intorno e hanno scelto a caso, anche se lui era in Iraq da qualche mese prima di noi e aveva un badge definitivo. Può essere anche stato questo il motivo. Ma poteva capitare a chiunque». «Volevano un atto dimostrativo per confermarsi come gruppo terroristico – ha aggiunto Agliana – i criminali comuni si comportano in un altro modo». Per tutti resta il rammarico dell’assenza delle istituzioni nel decennale del rapimento. «Oggi come dieci anni fa – conclude Agliana – la città non è stata presente».

Un fatto non nuovo, quello della lontananza delle istituzioni dall’uomo che è morto dicendo: «Vi faccio vedere come muore un italiano» e che è stato ammirato per il suo eroismo in tutto il mondo. «Viviamo in un Paese strano – ha commentato Viviana Beccalossi – in cui il ricordo di una medaglia d’oro al valor civile viene cancellato e i suoi famigliari lasciati soli». Da qui l’appello dell’assesssore regionale lombardo. «Mi auguro – dice l’esponente di Fratelli d’Italia – che siano proprio i Comuni, anche i più piccoli, a rompere questo assurdo silenzio. Basterebbero una mozione o un ordine del giorno che invitino la Giunta a porre in essere anche un piccolo segno tangibile, per ricordare un giovane morto con un coraggio e una dignità straordinari». Nel novembre scorso l’ultima offesa per Quattrocchi. Nelle motivazioni della sentenza della prima Corte d’Assise di Roma, che ha assolto due dei rapitori degli italiani, si legge infatti che l’assassinio del contractor non fu un atto di terrorismo ma un episodio di criminalità comune. Non è bastato ai magistrati il fatto che a rivendicare il sequestro dei quattro italiani in Iraq fossero state le “Falangi Verdi di Maometto” e nonostante il fatto che i rapitori considerassero quel rapimento uno strumento di ricatto di stampo terroristico per chiedere all’Italia di non sostenere più gli Stati Uniti e di ritirare le proprie truppe da Baghdad. Contro il provvedimento della Corte d’Assise, definito da diversi esponenti dal centrodestra come «una sentenza ideologica», la Procura di Roma ha presentato ricorso.