Anche l’Unità molla Marino: «Ha fatto troppe brutte figure»

Dopo Repubblica, Corriere della Sera e Il Fatto quotidiano persino l‘Unità scarica il sindaco di Roma, Ignazio Marino. Verrebbe da dire meglio tardi che mai, anche se l’ammissione di colpa ha del clamoroso. In un articolo firmato da Mario Lavia, dal titolo “Ben tornato sulla Terra, sindaco”, il quotidiano del Partito democratico, quindi del sindaco stesso, traccia un bilancio impietoso dei due anni in Campidoglio del chirurgo genovese. «Anche grazie al suo apparire “altro” distrusse Gianni Alemanno alle elezioni – premette Lavia, ex condirettore dell’organo della Margherita, Europa, – Ma a differenza dell’“arancione” Pisapia, uomo da decenni ancorato alla vicenda della sinistra milanese e nazionale, Marino è rimasto un outsider lontano dalle litanie e dalle pratiche della politica-politica. È stata la sua forza, e anche la sua debolezza». Poi il rammarico dell’occasione perduta. Poteva «far innamorare di sé il popolo romano. Cosa che non è avvenuta. Se non, paradossalmente, nei settori intellettuali e borghesi dove una certa idea della sinistra alligna da sempre. Ma il popolo, quello profondo dei rioni, dei mercati e degli uffici, non se n’è innamorato mai, di Marino». L’articolo sottolinea pure «il suo atteggiamento un po’ naif, tipico di uno che sembra avere la testa da un’altra parte» che «si è pericolosamente mescolato con un piglio iracondo e autoreferenziale, determinando una miscela che ha infastidito tanta, troppa gente».

L’Unità fa l’autopsia

Per il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, non lo hanno bocciato i poteri forti, come vuole far credere Marino (la stessa scusa che trovò quando venne licenziato in tronco da un’università americana per dei rimborsi spese presentati due volte). È invece la gente comune ad averlo bocciato senza appello. E qui il lungo elenco di malefatte del sindaco definite un «calvario di infortuni, di errori, di brutte figure: il funerale di Casamonica e lui è in America per giorni e giorni; la clamorosa esternazione del Papa («Marino non l’ho invitato io, è chiaro?») e quell’etichetta di “imbucato” che gli resta appiccicata probabilmente per l’eternità; infine, le cene pagate con carta di credito, gli accertamenti, un mezzo scandalo». Il quotidiano l’Unità conclude con una tombale considerazione: «Il giallo delle cene si dovrebbe concludere con la sua scelta di pagare di tasca sua. Poteva pensarci prima, il sindaco-marziano. Bentornato sul pianeta Terra».

Non solo l’Unità, Repubblica chiede le dimissioni

Ancora più esplicito il quotidiano Repubblica, che pure lo aveva sostenuto in campagna elettorale e a lungo durante il suo mandato. In un editoriale dal titolo “Il dovere di lasciare”, Sebastiano Messina osserva che non basta ridare i soldi indietro delle cene spese. Cinque cene in cui Marino ha dichiarato di avere ospitato enti, personalità e diplomatici (lo ha sbugiardato persino l’ambasciatore del Vietnam) mentre invece ci  è andato per conto suo o con familiari. Per questo, scrive Repubblica, «non può più rimanere sulla poltrona di sindaco di Roma». Più che un’analisi, per rimanere nei termini medico-legali cari al chirurgo Marino, è l’autopsia di un’amministrazione. Nata male e finita peggio.