Allarme a sinistra: il “compagno cantautore” ora è il primo nemico di Renzi

“Renzi è il primo leader di sinistra che i cantanti di sinistra detestano”. Lo scrive Andrea Scanzi sul Fatto commentando l’elogio tributato da Roberto Vecchioni a Giorgia Meloni (“Seguo Giorgia Meloni ogni volta che c’è un dibattito, mi rappresento nelle cose che dice. È più a sinistra di Renzi”). Un disastro a livello d’immagine perché l’unico rimasto a votare per Renzi è Jovanotti, con il suo stile dimesso, la sua filosofia del carpe diem, il veltroniano elogio dei buoni sentimenti della sua ultima canzone: “L’estate addosso/ un anno è già passato/ vietato non innamorarsi ancora/ saluti dallo spazio/ le fragole maturano anche qua/ respira questa libertà/ l’estate e la libertà”.

I cantautori di sinistra? Non ce ne sono più

Che è successo a tutti gli altri, gli “impegnati” frettolosamente catalogati come cantautori di sinistra? Sono disillusi dalla politica, e da quella di sinistra soprattutto, cioè da quella con cui hanno avuto più frequentazioni: basta ricordare il disprezzo ostentato da Francesco De Gregori verso i compagni/mutanti. Il papà di Rimmel vede la sinistra – già dal 2013 – come “un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del ‘politicamente corretto’, una moda americana di trent’anni fa, e della ‘Costituzione più bella del mondo’. Che si commuove per lo slow food e poi magari, en passant, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me”. E da ultimo anche Antonello Venditti ha girato la faccia dall’altra parte. In tv ha litigato con Salvini ma se lo chiamano “compagno” – come ha fatto Nello Ajello sul Messaggero – risponde: “No, la parola compagno non mi è mai piaciuta, io sono Antonello e ragiono con la mia testa”. Per non parlare di Francesco Guccini, il cui ultimo disco si chiama Ultima Thule, la mitica isola tanto studiata dall’esoterismo di destra.

Cantautori e attori: la svolta sentimental-chic

Ma tutti questi artisti disdegnano il pd renziano per fare i girotondini? Giammai. Semmai per fare i grillini, com’è il caso di Fiorella Mannoia. Non c’è più un Nanni Moretti pronto a urlare al capo: dicci qualcosa di sinistra. Nel suo ultimo film, Mia madre, Nanni Moretti mette a nudo un dolore privatissimo e del tutto slegato da appartenenze politiche. Quarant’anni dopo l’assioma secondo cui nulla è privato e tutto è politico è il percorso individuale, con le sue ferite, i fallimenti, le delusioni e le relazioni personali, a diventare degno di narrazione cinematografica. Allo stesso tempo Walter Veltroni, che della politica spettacolo aveva fatto una bandiera, cerca lo sguardo dei bambini. E pensare che negli arruffati anni Settanta persino le canzoni d’amore erano considerate una sorta di attentato etico alla mobilitazione del proletariato (basti pensare all’ostilità dei “compagni” verso i brani di un Claudio Baglioni o di un Lucio Battisti). Oggi è differente. Ciò che è emozione, persino ciò che è sentimento vero, appare come efficace cura delle anime, come esclusiva cura delle anime, anche di quelle un tempo sedotte da ideologie radicali. È sempre la sinistra dei salotti, ma stavolta non più radical-chic. Piuttosto tentata dalla svolta sentimental-chic.

L’inno del Pd? La sigla di Goldrake

E il povero Pd dovrà ripiegare sulla sigla di Goldrake – “Quando schiaccia un pulsante magico/ lui diventa un ipergalattico/ lotta per l’umanità” – anziché pescare qua e là canzonette spacciandole come inno politico (tale fu la sorte di Viva l’Italia di De Gregori e anche de La canzone popolare di Ivano Fossati). E tenere giù le mani da Futura di Lucio Dalla (il quale rimproverò alla sinistra di avere trascurato Evola, Céline e Pound). Gratta gratta al renzismo resta pur sempre il trio Il Volo: rima baciata, esistenzialismo, minimal, rottamazione di Nilla Pizzi, però con lo stesso stile di “Vola colomba…”. L’italiano medio è contento, non è più di moda il “canto brasileiro”.