Così i conservatori europei ci aiutano a capire il presente

C’è Georges Bernanos, che se la prende con quelli che non si sentono “scomodati” dalla presenza dell’anima; c’è Alexis Carrel, che punta l’indice contro chi tratta l’uomo come una “sostanza chimica”; c’è Panfilo Gentile, così attuale nella sua analisi delle élites che si subordinano al demos per ottenere l’investitura popolare; c’è Hugo von Hofmannstahl, l’inventore della formula “rivoluzione conservatrice; c’è Vintila Horia, sull’artista che ha perso il contatto con il sacro; e poi, accanto a un grande come Ernst Jünger, un “minore” come Kaltenbrunner, autore de La sfida dei conservatori. E ancora Salvador de Madariaga e José Ortega y Gasset, Giuseppe Prezzolini e Carl Schmitt, fino a Roger Scruton, con le sue pagine su cittadinanza e appartenenza. È l’antologia, curata da Gennaro Malgieri, che presenta autori e testi del pensiero conservatore (Conservatori europei del Novecento. Un’antologia, i libri del Borghese, pp. 264, euro 18) per offrire categorie a chi sente il dovere, etico e politico, di contrastare la corsa all’utile e al “pensiero unico” che caratterizza il nostro tempo.

Scritti, quelli scelti da Malgieri, su cui pesa il pregiudizio tipico del nostro tempo che vuole il conservatorismo sinonimo di immobilismo e di passatismo. Pregiudizio cui Malgieri risponde, nell’introduzione, citando Prezzolini: “Il Vero Conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, perché intende ‘continuare mantenendo’ e non tornare indietro e rifare esperienze fallite”. E tuttavia, nonostante l’indiscutibile fecondità del pensiero che si pone sotto l’orizzonte della “conservazione” – ma che è principalmente “pensiero della crisi” – occorre fare i conti con la forza del linguaggio e tenere conto del fatto che il recupero in positivo del concetto di “conservazione” parte tutto in salita. Di certo, le pagine degli autori presenti in questa antologia aiutano meglio degli usurati dogmi progressisti a cogliere le contraddizioni della postmodernità, facilitano la presa di posizione rispetto ai veri bisogni delle società, che sono soprattutto esistenziali prima ancora che economici. Se poi debba essere quello conservatore il pensiero di riferimento della destra, vecchia o nuova che sia, è un dibattito aperto e che porta con sé i dubbi sulla possibilità di ingabbiare il pensiero politico dentro dicotomie ottocentesche.