Contro la crisi, Avezzano batte moneta: nasce il “marso”. È la rivincita postuma di Giacinto Auriti

I cittadini di Avezzano, grosso centro in provincia dell’Aquila,  avranno presto, insieme ovviamente agli euro, un’altra “moneta” nel portafoglio. È il “marso” , che prende il nome dagli antichi abitatori del vasto territorio in  cui sorge Avezzano: i Marsi, appunto. Tecnicamente, il marso è un buono locale che serve a ottenere uno sconto (dal 5 al 30 per cento) negli esercizi commerciali aderenti al progetto. In pratica, il minor prezzo di un bene  è compensato dal buono. Poiché il marso è destinato, nelle intenzioni, a circolare nel  territorio di Avezzano ed ha pertanto un, seppur limitato, valore di scambio, il “buono” diventa a tutti gli effetti moneta, accrescendo in tal modo, vedremo di quanto, la circolazione delle merci in ambito locale. L’obiettivo – dice il sindaco del centro abruzzese Giovanni Di Pangrazio – è quello di «aumentare i consumi e dare un po’ di forza alla nostra economia, in particolare alla produzione agroalimentare». A dispiacersi, in prospettiva, dell’esperimento dovrebbe essere la grande distribuzione, perché, spiega sempre il primo cittadino di Avezzano, il progetto tende a contrastare il «continuo drenaggio di ricchezza che prende strade lontane e non viene reinvestita».

Con il marso, Avezzano aderisce al progetto dell’associazione Arcipelago Scec, che porta avanti esperimenti analoghi in tutta Italia. Un’esperienza simile è quella del “Bristol pound”, nel Sud-Ovest dell’Inghilterra. Questo tentativo di “battere moneta” è una risposta, che nasce dalla base stessa della società, alla crisi economica  di questi anni, una crisi derivante, tra le altre sue cause, dalla concentrazione delle ricchezza nelle banche e nei grandi investitori finanziari. E quindi al di fuori dell’economia reale della produzione e dei commerci.

L’esperimento del  marso e di Arcipelago Scec è indubbiamente recente, ma la sua ispirazione viene da lontano, nel senso che l’idea di una sorta di “riappropriazione” popolare del dominio sulla moneta è un’esigenza avvertita fin dal cuore del Novecento. Poiché il sindaco Di Pangrazio ha studiato nell’Università abruzzese di Pescara, avrà sicuramente avuto informazione delle tesi di un geniale economista abruzzese (che la destra italiana conosce bene), il quale insegnava all’Università di Teramo: Giacinto Auriti, scomparso nel 2006, e teorico della “proprietà popolare della moneta”. Auriti era profondamente influenzato dalle idee di Ezra Pound contro l’usura (sulle quali il compianto Giano Accame scrisse un importante pamphlet, Ezra Pound economista). Per l’economista abuzzese, la moneta appartiene al popolo – e non  alle  Banche centrali che la emettono – perché il suo valore non è reale ma convenzionale (prima dell’invenzione della cartamoneta il valore della moneta stessa derivava dal metallo in cui era coniata).

Va da sé che le tesi di Auriti, politicamente scorrettissime , ancorché semplicissime (ma, come scriveva il grande scrittore cattolico André Frossard, l’ «uomo moderno capisce tutto, tutto meno ciò che è semplice»), sono sempre state tenute accuratamente fuori dai circuiti ufficiali. Auriti, per l’establishment, era uno stravagante signore di cui “non valeva la pena” parlare. Eppure, in una occasione, la Banca d’Italia, a seguito di un’istanza presentata dall’economista al Tribunale di Roma, fu costretta a rispondere ufficialmente. Così, tra le altre così,  si legge nel documento di Bankitalia: «Il valore della moneta trae il proprio fondamento solo e unicamente da norme dell’ordinamento statale». Il battere moneta è  in sostanza espressione della sovranità statale. E già, però questo discorso poteva valere (forse) per il passato. Ma come la mettiamo oggi, che lo Stato italiano ha perso la sovranità sulla moneta? Dove (e a chi) è andato a finire il signoraggio  sulle bancononte? Nulla da stupirsi dunque se, oggi che il Re è Nudo (e pure spiantato), tornano d’attualità le tesi di Giacinto Auriti.