Letta sceglie “You’ll never walk alone” per Epifani. Ma forse non sapeva che l’inno nasce con gli skin…

«Quando cammini nel in mezzo a una tempesta tieni bene la testa in alto e non aver paura del buio. Alla fine della tempesta c’è un cielo d’oro e la dolce canzone d’argento cantata dall’allodola cammina nel vento, cammina nella pioggia. Anche se i tuoi sogni saranno sconvolti e scrollati, va avanti, va avanti con la speranza nel tuo cuore e non camminerai mai da sola»: questa canzone, You ‘ll never walk alone, è cantata da cinquant’anni dai tifosi del Liverpool, i Red devils, prima e dopo ogni partita, e sia che si vinca sia che si perda. Se ne parla in Italia perché il vecchio cuore rossonero Enrico Letta l’ha suggerita al reggente Gugliemo Epifani come slogan o inno del Pd. Niente da dire, il brano, tutt’altro che bello, suadente e melodico, cantato da Frank Sinatra, Johnny Cash, Elvis Presley, ha però una sua straordinaria potenza e forza evocativa. Tanto che la frase è scritta a caratteri di metallo su un o dei gate dello stadio di Anfield, il cosiddetto Shankly gate, da cui entravano negli anni Settanta e Ottanta gli hooligan di Liverpool, tra i più micidiali d’Europa. La canzone fu scritta nel 1945 da una coppia americana per un musical, ma divenne famosa nel Regno Unito solo nel 1963, quando la reincisero Gerry and the peacemakers, gruppo della British Invasion che la fecero schizzare la primo posto delle classifiche. Forse le parole, forse il gruppo, forse la melodia, fatto sta che i tifosi, soprattutto quelli della Kop (la curva sud dei Devils), non smisero mai più di cantarla. Ora, va detto che Liverpool non era solo la città dei Beatles, ma era un agglomerato urbano, piuttosto brutto, che viveva sulle fabbriche e sul porto. Fu anche il luogo dove per la prima volta nella storia dell’Inghilterra la polizia usò i gas lacrimogeni contro i civili, nel 1981, quando i portuali protestavano per la crisi dovuto all’uso dei container che produsse  moltissima disoccupazione. Fu lì che nacquero gli skinhead, che trovarono in quella canzone, in quelle parole, il cemento identitario per riunirsi, protestare, vivere insieme, ubriacarsi e andare allo stadio. Gli skinhead, come è noto, erano lavoratori delle fabbriche o del porto che avevano i capelli rasati per via dei pidocchi, mettevano gli anfibi come scarpe antinfortuni e indossavano i jeans attillati affinché non si impigliassero nei macchinari a trascinamento. Tra gli hooligans c’erano moltissimi skin, sopratutto in quel ventennio 70/80 quando la disoccupazione creò masse di sottoproletari emarginati urbani che traevano la loro unica consolazione nel bere, nell’andare allo stadio e soprattutto nel cantare insieme, per non sentirsi mai più soli. È anche vero che You ‘ll never walk alone oggi è molto di più che l’inno del Liverpool F.C., l’hanno adottato altre squadre come gli scozzesi del Celtic e anche altre fuori dall’isola, come squadre tedesche e persino giapponesi. Insomma, non è però uno slogan come I have a dream o come Yes, we can, perché trae le sue radici se non dalla disperazione certamente dall’emarginazione e dalla voglia di fare parte di un gruppo ristretto quanto reietto. Con una speranza: che non camminerai mai più solo perché noi siamo con te.  Se il nostro premier avesse saputo tutto questo, forse non avrebbe proposto come inno del Pd il successo del 45 giri di Gerry and the peacemakers, ma probabilmente il suo lato B: It’s alright, ossia “Va tutto bene”, che se non si adatta al Pd di oggi, potrebbe però adattarsi a quello di domani. Soprattutto se, come adesso, Letta non cammina più da solo, ma con Berlusconi…