Napolitano dice che il comunismo ha fallito (con un post scriptum: ma era tanto bello)

Di acqua sotto i ponti ne è passata, ma ancora tanta ne deve passare. Certo, sono trascorsi parecchi anni da quel maledetto 1956 quando, all’indomani dell’invasione dei carri armati sovietici a Budapest – che sparavano sulla folla inerme – e della fucilazione dei rivoltosi ungheresi, Giorgio Napolitano non solo non ne prendeva le distanze ma elogiava l’Urss che, a suo dire, rafforzava la pace nel mondo. Cinquantasette anni dopo Napolitano è presidente della Repubblica, è stato il regista della stagione di Monti, di cui ha santificato l’azione dal primo all’ultimo giorno, dando il “la” al coro dei laudatores. E ora interviene in campagna elettorale con una confessione storica a metà, che serve soprattutto a tranquillizzare quella parte di mondo cattolico che ha molte riserve sulla sinistra. Sceglie – guarda caso– il giornale del Vaticano, l’Osservatore Romano, per dire che il «comunismo ha fallito», un modo come un altro per dire “non preoccupatevi, il matrimonio Bersani-Monti s’ha da fare”. C’è un “ma”: parla infatti del «rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana» e che aveva finito «come, con fulminante espressione, disse Norberto Bobbio, per capovolgersi, nel convertirsi di fatto nel suo opposto». Come dire: l’ideologia era ottima, la concretizzazione sbagliata. Quindi è una finta bocciatura anche perché – al di là della teoria del dissolvimento dello Stato, ormai finita nel dimenticatoio – il punto cruciale è nell’insieme di conseguenze negative e drammatiche che ha avuto la dottrina marxista (e quindi l’ideologia). Che – non se ne dispiaccia Napolitano – non è mai stata tesa né all’emancipazione sociale né alla liberazione umana. Tutto questo senza neppure scomodare gli effetti delle correnti di pensiero trotzkista o leninista, su cui sarebbe superfluo soffermarsi.