Il paradosso
Usa, contrordine compagni: il woke è vivo e lotta insieme a noi. Così i media raccontano la vittoria dei democratici Usa
Contrordine, compagni: il woke è vivo e lotta insieme a noi. Doveva essere archiviato, superato, persino rinnegato dalla stessa sinistra americana. E invece rieccolo, più presente che mai nel racconto dell’onda blu democratica che ha investito gli Stati Uniti alle elezioni di medio termine. A giudicare dai titoli e dall’enfasi riservata ai primati identitari dei candidati eletti, la stagione del woke sembra tutt’altro che conclusa. Con un paradosso: proprio i democratici avevano cominciato a interrogarsi sugli eccessi di quella cultura, dopo la sconfitta contro Donald Trump nel 2024.
Quando Ocasio-Cortez definì “follia” gli eccessi del woke
Era appena lo scorso agosto quando a definire una «follia» la prima stagione del woke era stata nientemeno che Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata democratica di New York, icona della sinistra radicale americana. Riprendendo un’espressione del consigliere comunale Chi Ossé, aveva riconosciuto gli eccessi di una stagione politica nella quale alcune rivendicazioni si erano trasformate in parole d’ordine sempre più radicali. Ne era nato un dibattito sull’opportunità di lasciarsi alle spalle gli estremismi della stagione identitaria, quella delle statue degli oppressori del passato abbattute, della cancel culture e di un politicamente corretto diventato, secondo i suoi critici, una nuova forma di intolleranza. Battaglie nate da istanze di giustizia sociale che, nella lettura di intellettuali come Thomas Chatterton Williams, hanno finito talvolta per alimentare nuove rigidità e contrapposizioni.
Anche la reazione contro questi eccessi è stata indicata tra i fattori che hanno contribuito al successo di Trump nel 2024. Da qui il ripensamento di una parte del mondo progressista americano, impegnato a recuperare un linguaggio meno ideologico e più attento ai problemi quotidiani degli elettori.
Dal ripensamento di Ocasio-Cortez al ritorno delle battaglie identitarie
La discussione aveva attraversato l’Atlantico, investendo anche la politica italiana. Persino Giuseppe Conte, con una lunga lettera, aveva chiamato in causa la sinistra di casa nostra, accusata di avere importato dagli Stati Uniti parole d’ordine, linguaggi e battaglie culturali poco comprensibili a una parte dell’elettorato. Sembrava insomma arrivato il momento dell’autocritica. Ora, però, assistiamo a un fenomeno curioso. Nel racconto della grande avanzata democratica alle elezioni di medio termine, proprio quelle categorie identitarie che sembravano destinate a perdere centralità tornano a occupare uno spazio di primo piano. Non soltanto chi ha vinto, ma soprattutto chi è stato il primo a vincere in quanto appartenente a una determinata comunità religiosa, etnica o di genere.
È la chiave di lettura che ricorre in molti resoconti delle elezioni americane. E il risultato è un cortocircuito tra il tentativo di superare gli eccessi del woke e una narrazione politica che continua a privilegiare i primati identitari.
Dal Michigan al New Jersey, il ritorno dei primati identitari
Uno dei protagonisti dell’onda blu è Abdul El-Sayed, eletto in Michigan e diventato il primo senatore musulmano degli Stati Uniti. Figlio di immigrati egiziani, è stato al centro di una campagna particolarmente accesa. Trump lo ha attaccato duramente, arrivando a definirlo «jihadista». Le sue posizioni molto critiche nei confronti di Israele hanno suscitato polemiche anche all’interno del Partito democratico. Eppure, nel racconto della sua vittoria, uno degli elementi più evidenziati è proprio il primato religioso: il primo musulmano a conquistare un seggio al Senato. Analoga attenzione viene riservata al risultato del New Jersey, dove Adam Hamawy conquista un seggio alla Camera. Due affermazioni che contribuiscono a dare visibilità nazionale alla crescita della rappresentanza politica musulmana negli Stati Uniti e alle organizzazioni che negli anni hanno lavorato per sostenerla.
Naturalmente si tratta di risultati politicamente e storicamente significativi. Ma è la loro rappresentazione mediatica a sollevare una domanda: quanto pesano i programmi e le proposte dei candidati e quanto, invece, l’appartenenza a una comunità?
Governatori afroamericani, l’onda blu raccontata attraverso l’identità
Lo stesso schema ricorre nella narrazione delle elezioni dei governatori. In Nevada il democratico Aaron Ford ha sconfitto il repubblicano uscente Joe Lombardo, diventando il primo governatore afroamericano dello Stato. Un risultato storico, ampiamente sottolineato nei resoconti elettorali. In Georgia, l’ex sindaca di Atlanta Keisha Lance Bottoms ha conquistato la guida dello Stato, diventando la prima donna afroamericana eletta governatrice della Georgia.
In Wisconsin, il democratico David Crowley ha battuto il repubblicano Tom Tiffany, diventando il primo governatore nero dello Stato. Nel Maryland, intanto, il democratico Wes Moore è stato rieletto. E c’è anche il caso della Florida, dove a conquistare la carica di governatore è stato l’afroamericano Byron Donalds, questa volta nelle file repubblicane. Un particolare che rende ancora più interessante il quadro: i primati legati alla rappresentanza non appartengono esclusivamente a uno schieramento politico. Nessuno mette in discussione il significato storico e democratico di queste elezioni. Il punto, semmai, è un altro. La continua sottolineatura dell’origine etnica, del colore della pelle o dell’appartenenza religiosa rischia di riportare il dibattito esattamente dentro quelle categorie identitarie dalle quali una parte della sinistra americana aveva annunciato di volersi emancipare.
Anche i referendum diventano protagonisti del racconto identitario
Non soltanto candidati e governatori. La stessa attenzione si ritrova nel racconto dei referendum che si sono svolti in diversi Stati.
In Virginia gli elettori hanno approvato una modifica della Costituzione statale che elimina il divieto di matrimonio tra persone dello stesso sesso. L’emendamento cancella la disposizione che definiva il matrimonio esclusivamente come un’unione tra un uomo e una donna e vieta allo Stato di negare la licenza matrimoniale a due adulti in ragione del sesso, del genere o della razza.Una decisione dal valore giuridico e simbolico, anche se quel divieto era già stato dichiarato incostituzionale da un giudice federale nel 2014. Dal 2015, inoltre, il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale in tutti gli Stati Uniti grazie alla sentenza della Corte Suprema Obergefell v. Hodges.
Il voto della Virginia elimina dunque formalmente una restrizione non più applicabile, rafforzando al tempo stesso la tutela costituzionale del diritto al matrimonio nell’eventualità di futuri cambiamenti nella giurisprudenza federale.
Anche questo risultato ha trovato grande spazio nel racconto della consultazione elettorale, contribuendo a riportare al centro temi che appartengono da anni all’agenda dei diritti civili della sinistra americana.
Il woke era davvero finito? La contraddizione della sinistra americana
Ed eccoci al paradosso. Pochi mesi fa una delle esponenti più rappresentative della sinistra progressista americana prendeva le distanze dagli eccessi della prima stagione woke. Oggi, nel racconto dell’avanzata democratica, tornano a dominare proprio quelle categorie identitarie che erano finite al centro dell’autocritica. Sottolineare il primo senatore musulmano o il primo governatore afroamericano non equivale certo automaticamente a riproporre gli estremismi della cancel culture. Il voto degli elettori è intoccabile. Ma la questione riguarda il peso che queste appartenenze continuano ad avere nella narrazione politica, spesso più evidente delle differenze programmatiche tra i candidati.