L'editoriale
Trump va fuori rotta e (si) perde. La destra italiana? Resta salda sulla propria via
A uscire sconfitte negli Usa sono state le deviazioni e le esasperazioni di Trump, non certo i motivi profondi che animano trasversalmente i movimenti nazionali in tutto il globo
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 5 Novembre 2026 alle 06:00
La sconfitta “presidenziale” alle elezioni di mid-term è un fatto (quasi) fisiologico per il sistema politico americano. La débâcle al Congresso di Donald Trump, però, non si può non considerare un fatto patologico. Se è chiaro, persino naturale, un certo smottamento dell’elettorato dopo due anni di governo, discorso diverso è ciò che è avvenuto nelle urne degli States: si è trattato di una sconfessione, a tutto piano, del secondo Trump. O meglio, di quella “deviazione” dall’agenda politica che solo due anni fa aveva reso il tycoon di nuovo trionfatore alla Casa Bianca.
Che cosa è avvenuto a quelle latitudini è sotto gli occhi di tutti: è saltato il patto con il proprio popolo e con una parte significativa di elettori indipendenti. Ciò è avvenuto a partire dalla politica estera. Dove, a fronte di intuizioni come gli Accordi di Abramo e promesse di risolvere il conflitto russo-ucraino, Trump è finito impantanato in entrambe le crisi: con l’aggravante che quella con l’Iran è stata riaperta da lui. L’effetto a catena, l’inflazione monstre, si è rivelato un boomerang in chiave interna: sul carburante e sul potere d’acquisto degli americani. Elementi decisivi e più che tangibili per un’opinione pubblica assai poco attenta alla geopolitica ma tanto al costo della vita.
A ciò si aggiungono scelte controverse e impopolari del presidente, come l’appoggio incondizionato ai magnati dell’IA che ha finito per isolare, dal punto di vista politico, le esigenze dei forgotten men. Senza dimenticare un atteggiamento ondivago del Potus nei confronti della Cina – da nemico esistenziale a partner di un fantomatico duopolio –, della Russia e delle autocrazie naïf come la Corea del Nord. E un rapporto troppo conflittuale e nervoso con quelle minoranze etniche e religiose che, al contrario, avevano abbandonato copiosamente i democratici attratti dall’America first e dalle posizioni etiche della destra trumpiana. Da non sottovalutare, infine, gli effetti delle accuse rivolte a Papa Leone per la sensibilità del grosso dell’elettorato cattolico americano.
La sconfitta peggiore, però, è stata quella registrata nell’America profonda: lo dimostra la dolorosa e clamorosa sconfitta in Texas. Ciò significa che la reazione di una parte consistente dell’élite Gop e del popolo Maga – ossia le due anime prevalenti del Partito Repubblicano – è stata simmetrica: prima lo smarrimento, poi la delusione e infine la sanzione. L’insieme di queste rimostranze ha finito per oscurare i risultati ottenuti sul fronte dell’immigrazione, della crescita economica e su alcuni dossier internazionali: consegnando una larga e insperata vittoria a un Partito democratico in pieno disarmo, senza leadership né idee forti.
Sbaglierebbe, come ovviamente sta già sbagliando, la sinistra italiana a prendere a modello ciò che avvenuto negli Usa. Il voto è stato una reazione alla degenerazione di alcune precise politiche trumpiane, non l’affermazione di una proposta alternativa. A meno di non considerare la sinistra radicale, il ritorno in grande stile dell’agenda woke (ma non era «una follia»?) e la spruzzata di islamismo dei vari Ocasio-Ortez, del sindaco di New York Mandami e del neo-senatore El-Sayed come rappresentative della tornata di mid-term. L’ennesima lettura illusoria con la quale apparecchiare il programma da incubo del campo largo di cui l’antipasto – servito freddo – è il ritorno del reddito di cittadinanza.
Quanto alle destre europee, con buona pace dei media liberal, non vi è e non vi sarà alcuna ripercussione dal voto americano. Per due motivi fondamentali. Il primo: in Italia, Francia e Spagna le destre governano, vincono o montano da anni in nome di precise rivendicazioni popolari. Non certo per emulazione nei riguardi di un non meglio precisato modello trumpiano. Il secondo motivo sono i temi: a uscire sconfitte negli Usa sono state le deviazioni e le esasperazioni di Trump, non certo i motivi profondi che animano trasversalmente i movimenti nazionali in tutto il globo.
Prova del nove: fra i principali leader europei, Giorgia Meloni è l’unica che proprio in nome della contrapposizione frontale alle ricette progressiste ha incrementato, governando in un contesto complicatissimo, il suo consenso. Lo ha fatto e lo continua a fare con in testa un ordine di valori: inclusa la difesa ferrea del sistema occidentale, delle sue alleanze e del suo impianto sociale. Lo stesso paradigma che Donald Trump ha in parte smarrito. E forse anche per questo si è perso per strada.