La diffida e la risposta
Taranto, una famiglia denuncia: “Nostra figlia esclusa dalla mensa per 12 euro”. La giunta di centrosinistra rivendica: “Sono 38”
A Taranto una bimba di nove anni è stata esclusa dai pasti a scuola per un piccolo arretrato sulla mensa: la famiglia, che ha presentato una diffida, parla di 12 euro; il Comune, che ha scelto un approccio giustificazionista, di 38. Cifre comunque di lieve entità, che spiegano il clamore suscitato dalla vicenda.
La diffida dei genitori: “Nostra figlia esclusa dalla mensa per 12 euro”
Il caso è emerso dopo la diffida dei genitori, presentata al Comune tramite l’avvocato Fabrizio Del Vecchio, con cui viene richiesta la riammissione immediata della bambina alla mensa. Dal 2 novembre l’alunna viene prelevata dalla scuola al momento del pasto dai genitori e poi riportata in classe. La diffida parla di un debito contestato di circa 12 euro non corrisposti nell’anno scolastico precedente. Una morosità, riferisce la famiglia, che ”non era mai stata prima rivendicata”.
Quindi, stando alla diffida, la scuola ha contattato il padre che ha dovuto andare a prendere la figlia, generando ”l’impossibilità di poter mangiare con i propri compagni ed un grave discredito ai loro occhi”. La situazione si sta protraendo da quel giorno, facendo venire meno ”un momento essenziale e integrante del percorso formativo, didattico e del diritto all’istruzione costituzionalmente garantito”.
Nella diffida si contesta che l’interruzione del pasto nei confronti di un minore ”configura una grave violazione della sua dignità personale, del principio di uguaglianza e del superiore interesse del fanciullo (convenzione Onu sui diritti dell’infanzia), esponendolo a una traumatica ed inaccettabile discriminazione ed emarginazione davanti ai propri compagni di classe”. La riammissione non sarebbe ancora avvenuta e nel portale della mensa la posizione dell’alunna sarebbe ancora bloccata.
La risposta della giunta di centrosinistra di Taranto
Il Comune di Taranto, guidato da una coalizione di centrosinistra di cui fanno parte anche Pd, Avs e la lista “Con Emiliano”, ha fatto sapere di aver aperto una verifica sulla vicenda, ma dalle parole dell’assessore alla Pubblica istruzione Maria Lucia Simeone emerge un approccio giustificazionista dell’allontamento. L’assessore ha parlato, sì, di ”un episodio spiacevole sul quale stiamo effettuando i dovuti approfondimenti”, ma ha precisato che il debito pregresso sarebbe di 38 euro, a fronte di una una morosità massima consentita di 30 euro, e che sarebbe stato comunicato dal Comune il 15 aprile, oltre a essere visibile sulla piattaforma di prenotazione dei pasti.
Inoltre, l’amministrazione ha rivendicato che il servizio è stato comunque garantito sino all’altro giorno. ”Da una prima ricognizione, abbiamo verificato che alla bambina non è stato sottratto il pasto davanti ai suoi compagni, al momento del pranzo. Il referente scolastico della mensa aveva già avvisato la sua famiglia, poiché vi era una morosità consolidata, in modo tale che potesse essere prelevata prima della pausa, come è accaduto”, ha detto l’assessore, per la quale ”è evidente come il servizio (che è pubblico, a domanda individuale e, di conseguenza, legato alla compartecipazione ai costi da parte degli utenti) potesse essere sospeso dalla scuola di appartenenza fino al ripianamento del debito”.
“Una possibilità – ha aggiunto – che non è ordinaria burocrazia, ma rispetto nei confronti della stragrande maggioranza delle famiglie tarantine che assolve regolarmente al pagamento delle rette”. Insomma, prendendo per buona la versione del Comune, se ne deduce che per la giunta di centrosinistra è lecito e forse perfino doveroso che una scuola mandi a casa una bimba di nove anni al momento del pranzo per un arretrato di 38 euro.